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In “Vita mia” di Edoardo Winspeare il ritratto inquieto e tragico di un femminile che resiste

C’è un doppio senso nel titolo del film di Edoardo Winspeare che sarà proiettato questa sera alle 20.30 al Multicinema Galleria in presenza del regista e della coprotagonista, Celeste Casciaro, che parteciperanno ad un dibattito col pubblico al termine della visione. Vita mia è il nome di Vita, interpretata da Casciaro, moglie del regista nella…
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C’è un doppio senso nel titolo del film di Edoardo Winspeare che sarà proiettato questa sera alle 20.30 al Multicinema Galleria in presenza del regista e della coprotagonista, Celeste Casciaro, che parteciperanno ad un dibattito col pubblico al termine della visione. Vita mia è il nome di Vita, interpretata da Casciaro, moglie del regista nella vita reale, ma è anche, inevitabilmente, una confessione: questa è la mia vita. Non però un film autobiografico in senso stretto, ma forse quello più personale del regista, che scava in profondità nell’immaginario da cui nasce la sua poetica.

La madre del regista è presente nella figura della nobildonna anziana al centro della storia, Didi, una splendida Dominique Sanda. Vita è la sua badante. La vera badante della madre del regista è qui in scena come personaggio, come il suocero di Winspeare e altri familiari. Persino il regista stesso si ritrae, con autoironia, nel figlio della nobildonna, magro, baffuto, che si occupa di televisione, quasi una caricatura affettuosa di sé, indizio di un rispecchiamento trasfigurato e senza autocompiacimento del suo mondo.

Geografie interiori

La geografia del film traduce la complessità delle radici familiari del regista. Il Salento è ovunque, nei paesaggi, nei volti, nella lingua: la poetica winspeariana di girare nei luoghi abitati si conferma anche qui, e la terra pugliese trasuda dalla fotografia con quella qualità luminosa e tattile che è riconoscibile del suo stile. Ma il film si apre a un’Europa molto diversa: l’Ungheria, la Transilvania, la Romania, i luoghi delle origini nobiliari della famiglia materna.

Questo spostamento geografico porta con sé un’apertura linguistica in cui il dialetto salentino si mescola al tedesco, all’ungherese, ad altre lingue che hanno popolato la casa e i ricordi d’infanzia del regista. È in questo contesto aristocratico e mitteleuropeo emerge la celebrazione in Transilvania del padre della nobildonna, figura che la famiglia sta avviando verso un processo di santificazione.

Un’occasione solenne in cui mancano i figli di Didi, l’uno trattenuto da una trasmissione televisiva, l’altra da un film a Parigi. «È solo un film», le aveva rimproverato la madre: cinema e televisione liquidati come alibi che sottraggono le persone alla vita vera. Quando poi Vita racconterà la sua impressione di quella cena solenne, dirà semplicemente: «Mi sembrava di essere in un film». Il metalinguaggio winspeariano è costante, sottile, mai pedante.

Tra storia e politica

Probabilmente questo è anche il film più politico del regista, che si confronta qui con la grande e dolorosa storia europea: le persecuzioni naziste, la resistenza e il collaborazionismo, il comunismo romeno e ungherese, i sogni di identità nazionale. Ma la dimensione politica del film non si esaurisce nella memoria storica. C’è una scena in cui Vita rivela che sua sorella ha votato comunista. La reazione della nobildonna è immediata e viscerale: «Mi hanno ucciso il padre, i comunisti». Ma più avanti, con quella testardaggine che è il marchio del personaggio, Vita sbufferà: «Mi ha scocciata con questa storia del comunismo». Non è contraddizione, è complessità: Winspeare lascia convivere il dolore di chi ha subito le dittature e la libertà di chi in quella tradizione ha visto anche un’istanza di riscatto, almeno nella sua versione italiana, meridionale e popolare.

Il femminile tragico

Ma è sul piano della rappresentazione femminile che Vita mia raggiunge la sua dimensione più compiuta. In nessun film precedente, e la filmografia winspeariana ha sempre posto al centro le donne, il protagonismo femminile è così assoluto e consapevole. Non c’è una sola figura maschile (interpretati tra gli altri da Ninni Bruschetta e Ignazio Oliva) a cui il film attribuisca un valore positivo, neppure quella in odore di santità.

Le donne, invece, sono tutto: Vita, la nobildonna Didi, la giovane ebrea Esther nei suoi ricordi, la nipote di Didi, suor Elisabeth, la madre di Vita, la figlia di Vita. Sono donne che litigano, si vogliono bene, si tradiscono, si proteggono. E al centro Vita, con gli scatti di rabbia di Celeste Casciaro, fulminei come i suoi sorrisi, strazianti più delle sue stesse lacrime. Vita oscilla continuamente tra il desiderio di autonomia e un destino che la riporta all’asservimento. Ride e grida, si affranca e viene risucchiata, cerca dignità e la vede negata, e tenendo insieme timidezza e furia, dolcezza e risentimento, risata e umiliazione, incarna perfettamente l’archetipo del femminile tragico.

Nel suo personaggio-persona ritorna uno dei nuclei più persistenti del regista: la donna come luogo di resistenza, di emancipazione desiderata e continuamente ostacolata. Una dialettica che Winspeare non scioglie mai in finali consolatori: resta il combattimento con la vita, bello e doloroso, che il regista salentino ha scelto di raccontare film dopo film, con coerenza e passione.

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