Gianvito Mastroleo, dal 1975 al 1984, è stato consigliere della Provincia di Bari che ha presieduto dal 1976 al 1982. Nello storico palazzo sul lungomare, ora sede della Città metropolitana di Bari, fu trasferita nel 1936 la Pinacoteca «Corrado Giaquinto», dove si trova tuttora.
Lei ha vissuto dall’interno una stagione decisiva della Pinacoteca di Bari. Che clima trovò quando arrivò in Provincia?
«Trovai una figura straordinaria, Pina Belli D’Elia. Era una direttrice di grande rigore e di grande cultura. Difendeva la Pinacoteca come un mastino difende il proprio territorio: non per arroganza, ma per fedeltà a un’idea. Il suo principio era chiaro e fissato anche in un regolamento: la Pinacoteca non doveva occuparsi di artisti contemporanei, per evitare derive assistenzialistiche, clientelari, politiche. Era una scelta dura ma anche molto onesta».
Quindi la Pinacoteca era ferma al primo Novecento?
«Sì, dal punto di vista dell’esposizione pubblica era sostanzialmente ferma lì. Ma attenzione: il patrimonio invece cresceva. Anche se le opere non venivano esposte, la Provincia continuava ad acquisire lavori di artisti moderni e contemporanei. Era una sorta di accumulazione silenziosa, fatta senza clamore, ma con una prospettiva: prima o poi ci sarebbe dovuta essere una Galleria d’Arte Moderna».
Quando e come cambiò la situazione?
«La svolta fu l’acquisto di un’opera di Pino Pascali, la famosa Pozzanghera, che segnò una frattura simbolica. Pina Belli D’Elia si ostinò nel volerla acquistare e alla fine la Provincia la comprò. Oggi è una delle opere più celebrate di Pascali, contesa persino dal museo di Polignano. Da lì si cominciò ad ammettere che qualche deroga al regolamento era possibile, se la qualità dell’artista lo giustificava».
Ma chi decideva che cosa fosse «di qualità»?
«Qui stava il nodo politico più delicato. Per Pina Belli D’Elia l’unica che potesse giudicare era lei, in quanto direttrice. E io, per stima ma anche per proteggere il museo dalle pressioni della politica – assessori, consiglieri, amici degli amici – le lasciai quella prerogativa. Preferivo una direttrice autorevole che un sistema di lottizzazione dell’arte».
In che modo, concretamente, la Provincia acquistava opere?
«C’era una prassi molto semplice e molto efficace: quando il presidente o un assessore veniva invitato all’inaugurazione di una mostra, si acquistava un’opera. Io lo facevo sempre consultandomi prima con Pina. Così entrammo in possesso di opere di Speranza, di Spizzico, di molti altri. I depositi della Pinacoteca si sono riempiti in questo modo, goccia dopo goccia, come le formiche che accumulano per il futuro».
Questo patrimonio, lei sostiene, sarebbe oggi sufficiente per una vera Galleria d’Arte Moderna.
«Assolutamente sì. I depositi sono strapieni di opere di qualità. Certo non tutto è un capolavoro, ma una parte consistente lo è. Basterebbe investire nell’organizzazione, nella catalogazione, nella messa in sicurezza e nell’allestimento. La materia prima c’è già tutta».
Negli anni si è discusso molto delle sedi possibili: Margherita, Villa Roth, persino il palazzo della Provincia.
«Ci furono molte ipotesi. Il Teatro Margherita fu considerato ma scartato per problemi di accessibilità e parcheggi. Villa Roth era bellissima ma troppo isolata. La proposta più radicale fu proprio di Pina Belli D’Elia: trasformare tutto il palazzo della Provincia sul lungomare in museo e costruire una nuova sede amministrativa altrove. Il ceto politico la bocciò senza nemmeno discuterla».
Oggi che prospettiva vede?
«Io credo che l’idea giusta sia quella di affiancare alla Pinacoteca storica una vera Galleria d’Arte Moderna, come aveva immaginato anche Clara Gelao e come era nelle intenzioni di Antonio Decaro durante il suo secondo mandato da sindaco. Bari ha tutto: le opere, la storia, la competenza. Manca solo la volontà politica. E senza memoria non si costruisce futuro. Qui, invece, il futuro è già nei depositi: basta aprirli».