In questi giorni di gennaio di trent’anni fa, veniva pubblicato da Laterza Il pensiero meridiano di Franco Cassano: un libro che ha avuto, insieme al suo autore scomparso cinque anni fa (l’anniversario cadrà il prossimo 23 febbraio), un ruolo non secondario nella nascita di una nuova idea di Mezzogiorno, «restituendo al Sud l’antica dignità di soggetto di pensiero», come scriveva. Ciò ebbe effetti importanti nel mondo della cultura, ma anche nella politica e nella società civile, con la comparsa di tante associazioni, prima fra tutte «Città Plurale», che Cassano stesso contribuì a fondare e presiedette a Bari, e di quel vasto movimento definito «Primavera Pugliese» che determinò la svolta a sinistra, prima al comune di Bari nel 2004, poi alla Regione Puglia nel 2005, e in tante altre realtà locali del territorio. Evitando ogni tono celebrativo per la ricorrenza, che l’autore per primo non avrebbe amato, è opportuno tentare di aprire una riflessione e un bilancio, culturale e politico insieme, di quella proposta in un mondo molto diverso da quello di una generazione fa.
Un mondo cambiato
Dopo gli anni ‘90 del Novecento, la politica ha perso molte certezze senza riuscire a trovarne di nuove. Globalizzazione, guerre asimmetriche, ritorno delle identità, crisi dell’Europa e svuotamento della democrazia hanno prodotto un panorama instabile, nel quale le decisioni sembrano rincorrere gli eventi più che governarli. In questo scenario cosa resta ancora vivo del Pensiero meridiano? Il suo primo punto politico era il rifiuto di ogni idea di sviluppo inteso come destino inevitabile. Cassano contestava quella che definiva una forma di «fondamentalismo dello sviluppo»: ossia l’idea che esista una sola traiettoria legittima per le società e che la politica debba limitarsi a seguirla, accelerando i processi e riducendo ogni resistenza a arretratezza o irrazionalità. In questa visione, che ha trovato nel neoliberismo la sua versione più aggressiva, la politica abdica al proprio ruolo: non governa più il cambiamento, ma lo subisce, lo giustifica, lo naturalizza. Il pensiero meridiano nasceva invece dalla convinzione che lo sviluppo dovesse essere sottoposto alla misura, cioè al giudizio umano, alla responsabilità collettiva, alla consapevolezza dei limiti. Qui la politica tornava centrale, perché era chiamata a decidere non solo come crescere, ma se, quanto e a quali condizioni.
Governare la competizione
Cassano individuava uno dei nodi cruciali della società contemporanea nell’assolutizzazione della competizione. La concorrenza, riconosceva il sociologo, è una forma di lotta inevitabile nelle società moderne, ma quando viene trasformata in principio unico finisce per erodere ogni legame sociale e ogni idea di bene comune. La politica, ridotta a gestione dell’esistente, smette di porre limiti e accetta che la competizione produca vincitori e perdenti come se fosse un fatto naturale. Governare la competizione, invece di celebrarla, diventa allora un compito eminentemente politico.
Identità senza miti
Un altro asse decisivo del saggio riguardava il rapporto tra politica e identità. Cassano era netto nel rifiutare ogni forma di vittimismo meridionale e ogni nostalgia identitaria. Il Sud non doveva essere difeso come un’essenza, né trasformato in un mito consolatorio. Ma proprio per questo, egli rifiutava anche l’idea che la politica dovesse dissolvere le identità in nome di un universalismo astratto. Le identità, osservava, tornano con forza proprio in un mondo globalizzato, attraversato dall’incertezza e dalla paura. Il problema non è la loro esistenza, ma il modo in cui vengono caricate di valore assoluto. Quando l’identità diventa l’unico criterio di appartenenza, la politica scivola facilmente nel fondamentalismo, nella costruzione del nemico e nella logica amico-nemico. Il pensiero meridiano proponeva una via diversa: riconoscere le identità come realtà storiche e plurali, attraversate da differenze interne, e lavorare politicamente per ridurre le asimmetrie di potere che rendono il dialogo impossibile.
La politica del confine
È qui che il Mediterraneo assumeva un significato politico preciso. Non come spazio romantico o simbolico, ma come laboratorio di una politica del confine. Vivere sul confine significa fare esperienza quotidiana del limite, dell’altro, della necessità di negoziare. Cassano vedeva in questa condizione un vantaggio epistemologico e politico: chi non occupa il centro del potere è costretto a vedere la complessità, a misurare le conseguenze delle decisioni, a diffidare delle soluzioni semplici. Ma questa posizione è anche fragile. Il pensiero meridiano, ammetterà più tardi l’autore, non ha mai costruito un vero potere autonomo; ha vissuto spesso di relazioni deboli, affidate alla buona volontà, ma quando i poteri si chiudono, quando tornano a irrigidire i confini, chi sta sul margine paga il prezzo più alto. La politica del confine rischia allora di trasformarsi in esclusione.
Misura e conflitto
Cassano insisteva anche su un altro punto politicamente rilevante: criticava l’idea che la pace e la cooperazione potessero essere garantite da una visione ottimistica della natura umana. Cassano prendeva atto della durezza del mondo contemporaneo: la lotta, il conflitto, non sono anomalie, ma dimensioni costanti della vita collettiva. La politica fallisce quando rimuove questa realtà o la lascia in monopolio ai «duri», a coloro che trasformano il conflitto in guerra totale. Il compito politico, al contrario, è quello di mettere in forma la lotta, di addomesticarla, di impedirle di degenerare. Qui ritorna la nozione di misura: non come compromesso pavido, ma come esercizio continuo di equilibrio tra forze legittime e contrapposte.
In questo senso, quel saggio di Cassano parla ancora direttamente alla politica di oggi. Non offre soluzioni immediate, ma chiede una cosa più difficile: recuperare il coraggio della decisione senza cedere al fondamentalismo, riconoscere i limiti senza rinunciare all’azione, abitare il confine senza trasformarlo in una trincea. In un tempo che oscilla tra tecnocrazia e paura, il pensiero meridiano resta una delle poche proposte che restituiscono alla politica la sua dignità più alta: quella di scegliere, assumendosi il rischio e la responsabilità delle conseguenze.









