«Bari è una città spesso poco attenta alla sua storia architettonica». Con queste parole l’urbanista Dino Borri, professore emerito di Ingegneria Civile al Politecnico di Bari, commenta la Variante al Piano Regolatore Generale che introduce la tutela per oltre 200 immobili di architettura moderna e contemporanea del capoluogo pugliese.
Una svolta che rappresenta un passo avanti ma che, secondo Borri, deve essere accompagnata da un metodo più solido e da una politica di tutela realmente rigorosa. Il docente ricorda come l’elenco iniziale comprendesse appena una cinquantina di edifici, a fronte di una realtà ben più vasta: «In verità, ci sono anche molte più di 200 strutture che meritano uguale attenzione». Per Borri, insomma, l’architettura moderna di Bari non si esaurisce nei casi già individuati, ma include un patrimonio diffuso che va dagli edifici residenziali alle opere di edilizia pubblica, dagli insediamenti industriali alle testimonianze documentarie.
Patrimonio moderno
«All’Archivio di Stato di Bari ci sono circa 500 progetti dello studio Chiaia-Napolitano – spiega il professore – Io credo che sarebbe stato opportuno vincolare tutta la produzione, non solo una parte». Un patrimonio unitario che, a suo avviso, non dovrebbe essere sezionato ma tutelato nella sua interezza, perché ogni progetto rappresenta una parte di un mosaico che racconta la trasformazione urbanistica della città. Il professore sottolinea inoltre l’aspetto relativo all’applicazione del provvedimento. Il rischio potrebbe essere quello che i vincoli rimangano sulla carta, senza tradursi in una reale capacità di incidere sui processi edilizi: «Non è solamente il numero – fa notare Borri – ma è la politica che deve essere coerente e particolarmente rigorosa».
Strategia culturale
Da qui, l’appello a considerare la variante come un’occasione di svolta, che deve però anche essere accompagnata da regole certe e da un’applicazione stringente. Borri, del resto, evidenzia come il vincolo comunale non abbia la stessa forza di quello statale: «Sui vincoli del Comune non c’è la rigorosità del vincolo statale, resta un certo margine d’azione». E proprio per questo invita l’amministrazione a farsi garante del rispetto delle norme, evitando deroghe o interpretazioni troppo elastiche che potrebbero svuotare di significato la tutela.
Visione futura
L’approccio proposto è quello di una “dimensione più consistente”, fondata su criteri chiari di individuazione e su una visione culturale capace di restituire all’architettura moderna il suo ruolo nella memoria collettiva. «Cominciare a credere che veramente Bari voglia fare sul serio – afferma Borri – significa tutelare la sua storia». Il tema non riguarda solo il capoluogo, ma l’intera regione. «Questo – ribadisce Borri – è un discorso che si può fare anche per altre città della Puglia che hanno avuto una certa importanza nell’ambito dell’architettura moderna».
Rispetto necessario
Il professore non nasconde, dunque, la necessità di una strategia complessiva, capace di trasformare il censimento e la catalogazione degli edifici in un’occasione di conoscenza diffusa e di politica culturale. Il rispetto è, per Borri, la parola chiave: rispetto delle regole, degli archivi, dei progetti, delle opere costruite e del lavoro degli architetti che hanno segnato la modernità di Bari. «Serve, sostanzialmente, rispetto per l’architettura», ribadisce. In questa prospettiva, la variante non deve essere letta solo come un provvedimento urbanistico, ma come un atto culturale. Una città che vuole guardare al futuro deve riconoscere il valore della propria storia recente, custodendo le testimonianze urbanistiche recenti con la stessa cura che riserva ai monumenti antichi. Solo così Bari potrà tutelare e valorizzare il suo patrimonio identitario.