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“Igor. L’eroe romantico del calcio”, Dal Canto: «Protti è una storia di tutti. Ci insegna a vivere» – L’INTERVISTA

Ci sono storie che cominciano con un gol e si fermano davanti a un silenzio. E poi ce ne sono altre che continuano nelle persone, negli abbracci, nei messaggi di chi non ti ha mai dimenticato. A un certo punto, la storia di Igor Protti ha incrociato una parola che fa paura anche solo a dirla: malattia. Ed è lì, nel momento più fragile, che è successo qualcosa di raro.

Una città intera – Bari – si è stretta attorno a lui come a uno di famiglia, senza retorica, con un affetto concreto, immediato. È da qui che bisogna partire per raccontare “Igor. L’eroe romantico del calcio”. Non dai gol, ma dal legame con la sua gente. Perché Protti non è stato solo un attaccante, ma un modo di stare al mondo: gentile, leale, quasi fuori tempo. E il film di Luca Dal Canto prova a inseguire proprio questo – non la carriera, ma ciò che resta. Quella memoria di tutti che, ancora oggi, lo chiama per nome.

Dal Canto, nel film Igor Protti non è soltanto un calciatore, ma il simbolo di un calcio che sembra scomparso. Quando ha capito che la sua storia poteva parlare a tutti, e non solo ai tifosi?

«L’idea era questa fin dall’inizio. Io, Alberto Battocchi e Anita Galvano volevamo raccontare Igor, icona degli anni Novanta, ma uscire dai confini delle città in cui ha giocato. L’obiettivo era un progetto più ampio, che parlasse a tanti tifosi, sia dal punto di vista calcistico sia umano. Non volevamo un racconto solo sportivo: ci interessava una figura quasi da eroe d’altri tempi, legata a valori forti e a un’idea romantica. Se si guarda alle squadre in cui ha giocato, a parte Lazio e Napoli, sono quasi tutte realtà di provincia. E lui spesso ha rinunciato a ingaggi importanti o a opportunità all’estero per scegliere città che sognavano. Per questo credo che il film parli a un pubblico più ampio».

Lei evita il ritratto celebrativo e prova invece a restituire l’uomo, con le sue fragilità e i suoi silenzi. È stata una sfida narrativa?

«Sì, molto. Sarebbe stato più semplice fare un reportage sportivo sulla carriera. Ma il primo punto fermo era raccontare il rapporto con i tifosi e con le città oggi. Per questo Igor è venuto con noi in tutte le tappe del film. Era una sfida anche perché, durante le riprese, non sapevamo se quell’idea avrebbe trovato riscontro nei racconti. Poi però abbiamo spinto sempre di più sull’aspetto umano, anche grazie a lui: nelle interviste tirava fuori emozioni che vanno oltre lo sport, come il rapporto con la famiglia, gli insegnamenti ricevuti, l’infanzia a Rimini. All’inizio non avevamo certezze, ed è stata la parte più difficile».

Nel suo racconto torna molto il tema dell’appartenenza. Perché è così centrale?

«Perché è ciò che ha formato anche noi. Io e Alberto (Battocchi co-autore del film, ndr) siamo cresciuti allo stadio con un senso di appartenenza fortissimo. Livorno e Bari sono città simili: passionali, di mare, mediterranee. Il nostro ideale di calcio nasce da lì. Io tifo Livorno perché sono di Livorno e credo che si debba tifare la squadra della propria città. Igor ci ha confermato tutto: non giocava solo a calcio, ogni maglia la viveva come se fosse casa. Si sentiva parte di quella comunità e restituiva tutto in campo. È questo che lo rende così forte».

Nel film affiora l’idea di Igor come «eroe romantico». Che cosa significa oggi, per lei, questa definizione?

«Per me è chi si mette dalla parte dei più deboli e prova a realizzare sogni che non sono solo i suoi. Igor è così: incontra difficoltà, fallisce, conosce solitudine e nostalgia, ma continua perché mette la collettività davanti a sé. Ha sempre pensato agli obiettivi della squadra più che ai successi personali. Io amo le storie di formazione, e Igor è una figura che insegna proprio questo: attraversa il suo percorso da sognatore e, mentre lo fa, impara a vivere».

Secondo lei quanto è cambiato il calcio negli ultimi venti o trent’anni?

«Completamente. Per me il punto di svolta è il 2006. Dopo è iniziato un declino che dal 2020 è diventato evidente. Oggi è un calcio diverso per motivi tecnologici, mediatici e culturali. Il Var, per esempio, aiuta ma toglie fascino e spontaneità. E sono cambiati anche i calciatori: figure come Igor non esistono più, manca quel modo passionale e identitario di vivere il calcio».

Perché ha scelto di partire dall’addio al calcio?

«Perché volevamo raccontare il dopo. Le emozioni di un uomo che per vent’anni ha vissuto dentro uno stadio e che all’improvviso si ritrova senza tutto questo. Ci interessava capire che cosa restasse. Igor ci aveva parlato di solitudine e malinconia, e questo rafforzava l’idea di eroe romantico: uno che esce dal campo e si ritrova solo con se stesso. Anche per questo i familiari arrivano alla fine, per far emergere poco alla volta la dimensione più intima».

Il mare attraversa tutto il film. Perché era così importante?

«Perché è un filo conduttore nella sua carriera. Ha giocato quasi sempre in città di mare, a partire da Rimini. Anche io e Alberto veniamo da Livorno, quindi è una dimensione che sentiamo. Chi nasce sul mare vive più intensamente appartenenza e sogno, perché ha davanti un orizzonte aperto. Il mare unisce la sua storia e il tono emotivo del film».

E Bari, in questa geografia sentimentale, che posto occupa? Perché il legame con lui è ancora così forte?

«Perché è un legame reciproco. A Bari Igor ha raggiunto la Serie A, ma soprattutto ha trovato una città e un tifo che gli hanno dato qualcosa che andava oltre il calcio. Ci ha raccontato di un’atmosfera di amicizia vera, e anche io venendo a Bari ho percepito apertura e condivisione. Fin da subito si è sentito accolto. Da lì è nato un legame fortissimo. E Bari si è legata a quel ragazzo non barese ma con un senso di appartenenza incredibile, oltre a un record che probabilmente resterà unico».

Le immagini d’archivio sembrano quasi ricordi più che documenti. Era un effetto cercato?

«Sì. Abbiamo deciso di lasciarle in 4:3 perché i nostri ricordi sono così: i gol visti sulle televisioni locali, con quelle inquadrature fisse. Abbiamo scelto immagini da tv private proprio per restituire quella sensazione. Il contrasto con il 16:9 delle riprese attuali serve a questo: riportare lo spettatore dentro una memoria emotiva».

Alla fine, che cosa ci lascia Igor Protti? Qual è la sua lezione?

«Che bisogna sognare, impegnarsi, ma soprattutto essere gentili. Conoscendolo abbiamo trovato una persona eccezionale, e questa cosa si vedeva già negli archivi: a Bari, capocannoniere di Serie A, parlava con un fare quasi timido. Sempre gentile, anche con i giornalisti. È un fascino raro, e forse è proprio questo che resta più di tutto».

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