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“I cento passi” 25 anni dopo, Marco Tullio Giordana: «Se il film funziona ancora è perché nulla è cambiato» – L’INTERVISTA

A venticinque anni dall’uscita de «I cento passi», presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2000 e dedicato alla vicenda di Peppino Impastato, Marco Tullio Giordana torna a confrontarsi con il suo pubblico più esigente: gli studenti. Al Multicinema Galleria, davanti a circa 1200 ragazzi, il regista ha presentato la versione restaurata di un film che nel tempo si è imposto come riferimento del cinema civile italiano.

Giordana, che impressione le ha fatto arrivare a Bari e incontrare questi studenti, a distanza di venticinque anni dall’uscita del film?

«Intanto ho trovato una città molto cambiata, migliorata. Ci ero stato anni fa per girare alcune scene di “Lea” e oggi mi ha colpito la qualità dei restauri, degli spazi urbani, del centro storico. E poi i ragazzi: sono sempre gli stessi, dall’età della pietra a oggi. Entusiasti, curiosi, desiderosi di capire. Non vogliono essere trattati come se la difficoltà dell’apprendimento fosse colpa loro. Un film non deve essere una lezione di storia: deve coinvolgere, farti identificare, piacerti o non piacerti. Se poi racconta una storia vera e riesce ancora a toccare, è un’emozione forte. Soprattutto pensando che molti di loro non erano neppure nati quando il film è uscito».

Si dice spesso che le nuove generazioni abbiano meno capacità di attenzione. Ha avuto questa impressione?

«No. Mi ricordo che già ai miei tempi c’erano professori che dopo due minuti ti facevano venire voglia di scappare, e altri che avresti ascoltato anche nell’ora di ginnastica. La differenza la fa chi insegna, non chi ascolta. I ragazzi si distraggono perché vengono educati a non avere attenzione. E senza attenzione non c’è spirito critico. Non è colpa loro: siamo noi che dobbiamo correggere il nostro tempo».

Che studente è stato Marco Tullio Giordana?

«Pessimo. Indisciplinato, uno di quelli a cui si diceva: “È intelligente ma non si applica”. Ho ripetuto un paio di classi, poi però alla maturità presi il massimo dei voti, sorprendendo tutti. Ero molto irregolare: prendevo brutti voti ma leggevo i classici in originale. Mi piacevano le materie umanistiche. All’università mi iscrissi senza vera vocazione e poi lasciai. Prima volevo fare il pittore, poi il cinema. Sono passioni vicine: immagine, colori, sguardo».

A distanza di venticinque anni, quanto è ancora attuale «I cento passi»?

«Purtroppo è attualissimo. I problemi che c’erano allora non sono stati risolti. Esiste ancora una minoranza che tiene in scacco la società. La mafia non è più quella della coppola e della lupara: oggi è più invisibile, si è spostata nella finanza, nei colletti bianchi. Cambia forma, non sostanza. E i ragazzi lo capiscono benissimo, non hanno bisogno di spiegazioni».

Lei ha spesso definito Peppino Impastato non una «vittima», ma un «caduto». Perché questa distinzione?

«La parola “vittima” è stata usata talmente tanto, spesso a sproposito, da aver perso forza. Impastato era un combattente. Vittima può essere chi muore per caso, chi non c’entra. Lui invece era un militante, uno che ha scelto di opporsi. Per questo mi sembra più giusto parlare di caduto. Senza nulla togliere al rispetto per le vittime innocenti».

Il film evita la retorica e restituisce un Impastato contraddittorio. Quanto era importante sottrarlo alla santificazione?

«Era già nella sceneggiatura di Claudio Fava e Monica Zappelli. Non volevamo raccontare il solito schema bene contro male. Qui il conflitto è interno: Impastato è figlio di un ambiente mafioso, si ribella a quella realtà. È un conflitto familiare, umano, doloroso. Il male non è fuori, è dentro. E la scelta diventa personale».

Nel 2000 sembrava controcorrente fare un film sulla mafia.

«Fu difficile trovare finanziamenti. Dicevano: “Ancora la mafia? È un tema superato”. Invece non lo era affatto. Se sei malato, non smetti di curarti perché non guarisci subito. Continui, cerchi altre strade. Il problema esisteva ed esiste ancora».

Il film è diventato negli anni uno strumento educativo. Le fa piacere o teme che ne attenui la forza?

«Mi fa solo piacere. Un film, una volta fatto, non è più tuo: è degli altri. Se viene adottato da generazioni diverse, significa che è vivo. E poi non è vero che i ragazzi sono apatici o disinteressati: lo vedo ogni volta. È una narrazione ingiusta».

Oggi ci sono figure che richiamano quella di Impastato?

«Sicuramente sì, anche se spesso non le conosciamo. Come lui, ai suoi tempi, era poco noto. Ci sono persone che resistono, che si espongono anche a rischio personale. Magari non fanno rumore, ma ci sono».

Come si combatte la mafia?

«Prima di tutto è un problema culturale, non solo di polizia. Bisogna distruggere il fascino che il potere mafioso esercita, soprattutto quando lo Stato è assente o corrotto. Servono scuola, informazione, cultura. Ed è per questo che incontri come questo sono importanti: non solo per insegnare, ma anche per capire dai ragazzi come cambia il mondo».

All’epoca del film ha subito pressioni?

«No. Forse pensavano che sarebbe stato un film convenzionale, addomesticato. Invece ridicolizza il mafioso, come faceva Impastato. Ed è proprio questo che lo rende pericoloso. Lui era prima di tutto un giornalista che non si piegava, che diceva ciò che nessuno voleva sentire».

Sta pensando di tornare dietro la macchina da presa?

«Al momento no. C’è una crisi generale del cinema e la subisco anch’io. Ho diversi progetti in attesa. Ma lavoro in teatro, che mi piace molto: mi permette di stare a contatto con gli attori, ed è la cosa che amo di più. Finché avrò voglia e forze, continuerò».

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