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Guerrieri è tornato su Raiuno, Gassmann: «A Bari 4 mesi stupendi. Carofiglio? Sa come leggere l’animo umano» – L’INTERVISTA

Non ama gli slogan e diffida delle facili certezze. Alessandro Gassmann parla di dubbio come di una forma di intelligenza e di fragilità come di un tratto inevitabile da abbracciare. Il suo Guido Guerrieri - l’avvocato nato dalla penna di Gianrico Carofiglio e tornato in tv con la nuova serie - gli somiglia forse più…
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Non ama gli slogan e diffida delle facili certezze. Alessandro Gassmann parla di dubbio come di una forma di intelligenza e di fragilità come di un tratto inevitabile da abbracciare. Il suo Guido Guerrieri – l’avvocato nato dalla penna di Gianrico Carofiglio e tornato in tv con la nuova serie – gli somiglia forse più di quanto ammetta: entrambi cercano equilibrio in un tempo che premia la semplificazione.

Dopo la messa in onda della prima puntata, mentre il pubblico ritrova il legale malinconico e ostinato, Gassmann racconta un percorso costruito senza fretta, tra ricordi di viaggi in Porsche con il padre e riflessioni sulle relazioni che durano.

Gassmann, ieri è andato in onda il primo episodio della serie «Guerrieri – La regola dell’equilibrio». Come si è avvicinato a questo personaggio?

«Sono lettore di Gianrico Carofiglio, avevo già letto un paio di romanzi di Guerrieri e mi erano piaciuti molto. Quando mi è stata proposta la serie ne sono stato felice, perché conoscevo il personaggio, anche se nel mio immaginario aveva una figura diversa dalla mia. Al primo incontro con Carofiglio gli dissi: adesso devo solo metterci il mio corpo, sperando di restituire le stesse emozioni che ho provato leggendo i suoi libri».

Che tipo di lavoro ha fatto sul personaggio?

«Non sono un imitatore. Cerco dentro di me i miei difetti, qualche pregio, e li metto nei personaggi. E Guerrieri ha tante sfaccettature vere. Se devo riconoscere un talento a Gianrico è la capacità di descrivere l’animo umano in modo quasi fotografico».

Cosa ritrova di Carofiglio in Guerrieri?

«L’attenzione alla verità. Prima da giurista, poi da scrittore. È un uomo coerente, e questo ha molto a che fare con Guerrieri, che spesso parteggia per chi ha meno possibilità. È un lato che mi piace molto».

Guerrieri vive un equilibrio tra lucidità professionale e fragilità emotiva. La riguarda?

«Sì. Sono un iper-professionista, quasi maniacale, ma chi mi conosce sa che ho molte fragilità. Mi emoziono facilmente, piango, mi vergogno. Mi arrabbio, anche se negli anni ho smussato quel lato fumantino».

Si sente un burbero?

«Posso esserlo davanti a pochissime cose: la prepotenza e la falsità. Quelle mi fanno arrabbiare. Ma sul lavoro sono affabile, me lo dicono spesso quando faccio il regista. Sono una persona gentile».

Com’è stato girare a Bari?

«Meraviglioso. Abbiamo lavorato lì per quattro mesi. È una città accogliente ma non invadente, elegante. L’ho trovata poetica, malinconica nel senso positivo del termine. È una Bari notturna, bianca, pulita. Tavarelli disse addirittura che sembrava una città scandinava. È una città che vive molto di notte. Abbiamo evitato accuratamente stereotipi e caricature. Non volevamo una Bari folkloristica, ma una città reale, con le sue periferie, l’università piena di ragazzi, i teatri che funzionano. Per me sono stati mesi fantastici, anche per la qualità della vita: poterla attraversare facilmente, girare in bicicletta, muoversi senza restare bloccati nel traffico come accade a Roma».

Guerrieri è un uomo che dubita molto. È una debolezza o una forma d’intelligenza?

«Intelligenza, ma oggi viene vissuta come debolezza. Viviamo in un’epoca in cui prevale la semplificazione aggressiva. Ricostruire la verità è più faticoso e meno popolare. Non porta voti, ma forse salva un Paese».

A proposito di semplificazione, qualche tempo fa Giuseppe Cruciani ha detto che alcuni attori, tra cui lei, non comprenderebbero il vero significato della parola democrazia pur pretendendo di insegnarla. Si sente un democratico?

«Sì, sono profondamente democratico e non voglio insegnare nulla a nessuno. Tantomeno a Cruciani, che è molto democratico. Non mi conosce, parla senza cognizione di causa».

Nella sua carriera ha attraversato teatro, cinema, televisione, regia: un lungo percorso di crescita. Quando ha capito di non essere solo «figlio di»?

«Subito, perché sono molto diverso da mio padre. Lui era un vincitore, con un talento evidente fin dall’inizio. Io ho avuto una carriera che è cresciuta lentamente. Mi sono costruito un percorso su misura, conoscendo i miei limiti. Mio padre non si è mai fermato, non si è mai goduto la vita. Io sì».

Cosa le manca di lui?

«Tante cose. Mi piacerebbe sentire il suo giudizio sulla società italiana di oggi. La sua generazione ha ricostruito il Paese dopo la guerra. Sarebbe interessante ascoltare quella voce».

C’è un viaggio con suo padre che ricorda in modo particolare?

«I lunghi viaggi verso Cortina. Avevamo una casa lì e partivamo da Roma in Porsche, solo io e lui. Amava guidare, ma guidava malissimo. Andava a seconda dell’umore: se era nervoso teneva le marce corte fino quasi a bruciare il motore, se era rilassato metteva la quinta subito. Era distratto, veloce, anche un po’ pericoloso. Erano viaggi molto silenziosi. Si parlava poco. Facevamo dei giochi con le targhe delle macchine. Poi ricordo tante pipì nella natura. C’era un rapporto molto fisico tra noi, molto affettuoso: ci tenevamo la mano, ci abbracciavamo molto. E i silenzi con lui raccontavano tutto».

Dalle separazioni si impara qualcosa?

«Io non ho avuto separazioni, vivo con la stessa donna dal 1993. Ho avuto delusioni, sì, soprattutto nel lavoro. Ma non ho mai fatto questo mestiere per diventare famoso. Sono cresciuto in una famiglia dove la fama c’era già. Ho sempre cercato di migliorarmi, non di rovinare quanto di buono avevano fatto i miei genitori».

Crede che relazioni così lunghe cambino l’identità?

«Sì. Con mia moglie litighiamo ancora, facciamo pace, come il primo giorno. Ma negli anni siamo diventati quasi d’accordo su tutto. Io ho imparato molto da lei, che è molto più ragionante di me. Ho lavorato su me stesso, anche con l’analisi. Ho perso aggressività. E avere un figlio giovane mi ha cambiato profondamente».

Oggi è ancora possibile una relazione così lunga?

«Ci vuole molto “culo”, lo dico sempre. Io ho avuto fortuna. Oggi le possibilità di incontro sono molte di più. Ci sono i social, Tinder, cose che io non ho mai usato. Forse mi sarebbe anche piaciuto averle alla mia età».

Gassmann su Tinder sarebbe un grande esperimento sociale.

«Pensa come sarebbe contenta mia moglie (ride, ndr)».

Lei è geloso?

«Sì, ma non possessivo. La gelosia è diventata un tema delicato, perché troppo spesso quella maschile sfocia in violenza contro le donne. È qualcosa di insopportabile. Non so perché sia così aumentata, ma è un problema che va risolto. Il possesso è ciò che rende tutto malato».

C’è qualcosa che la commuove ancora nel suo lavoro?

«Cruciani (ride, ndr). Mi commuove la comunione delle emozioni. Ricordo l’ultima grande tournée con Shakespeare: alla fine gli applausi mi commuovevano, perché avevamo la percezione di aver veicolato un messaggio forte contro la guerra».

Il cinema ha ancora un futuro con le piattaforme?

«Sì. Le piattaforme producono serie di altissima qualità. Ma la sala resta insostituibile. Il cinema italiano, soprattutto con registi come Sorrentino o Garrone, ha ancora la forza di raccontare un Paese in trasformazione».

Lei ha avuto maestri importanti. Quanto hanno inciso nella sua formazione?

«Da giovanissimo ho lavorato con Luca Ronconi in uno spettacolo che durava sei ore e mezza. Dopo un’ora e quaranta ero esausto, ma dovevo restare in quinta a guardare per altre quattro ore. È stata una scuola durissima, ma fondamentale. Poi ho avuto la fortuna di incontrare grandi nomi: Ugo Tognazzi, Villaggio, Scola, Monicelli, Dino Risi. E ricordo la scoperta della comicità: capire che potevo far ridere, nonostante non avessi un fisico naturalmente buffo. Quando successe, fu una gioia enorme. Credo che la commedia migliori anche il dramma, perché la vita è fatta di entrambe le cose».

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