«L’indifferenza è il pericolo più grande: quando si è indifferenti, può accadere di tutto, anche quello che è già accaduto». Con queste parole il sindaco di Bari, Vito Leccese, ha reso omaggio alla Giornata della memoria che, anche nel capoluogo pugliese, attraverso una serie di iniziative ha ricordato le vittime del nazifascismo.
In questa giornata «voglio ricordare le parole di Elie Wiesel, quando dice che il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza – ha ricordato il primo cittadino – La Shoah è stata possibile anche a causa dell’indifferenza delle diplomazie e dei poteri economici e politici che allora condizionavano la vita dell’Europa». Ecco perché, ha aggiunto, «queste giornate non devono essere un mero esercizio retorico: devono servire a raccogliere un’eredità importantissima, quella di persone come Filippo D’Agostino e di Giuseppe Zannini, per farla vivere nel presente e consegnarla soprattutto ai giovani».
«Di fronte ai segnali preoccupanti di ritorno a quel passato – ha detto Leccese – sta a noi contrastarli con un presidio quotidiano della democrazia e della libertà. L’indifferenza è il pericolo più grande: quando si è indifferenti, può accadere di tutto, anche quello che è già accaduto». La Giornata è cominciata alle 9 del mattino, con l’amministrazione comunale, l’Anpi e il coordinamento antifascista che hanno ricordato Filippo D’Agostino, sindacalista, consigliere comunale di Bari, antifascista e vittima della deportazione. Nell’occasione è stata deposta una corona sulla targa a lui intitolata nella sala consiliare di Palazzo di Città. Alla cerimonia, tra gli altri, è intervenuto anche il prefetto di Bari, Francesco Russo.
Subito dopo il sindaco è andato al liceo Scacchi dove, alla presenza della comunità scolastica, è stata deposta una corona di fiori sotto la targa che ricorda Giuseppe Zannini, già alunno dell’istituto barese. Antifascista cattolico, amico di Aldo Moro e di Achille Ardigò, Zannini fu catturato dalle SS a Bologna e internato nel campo di sterminio di Mauthausen, dove morì, per sfinimento dopo la prigionia.