All’istituto Panetti-Pitagora di Bari gli abiti diventano racconto, memoria, interrogativo collettivo. L’installazione itinerante Com’eri vestita?, dedicata alle vittime di violenza sessuale, è approdata negli spazi della scuola barese con un obiettivo: smontare uno dei pregiudizi più radicati quando si parla di violenza di genere, quello che tenta di attribuire alla vittima una parte di responsabilità legata al modo di vestire. La mostra nasce dall’esperienza internazionale What were you wearing?, realizzata nel 2013 all’Università dell’Arkansas.
In Puglia il progetto è promosso dall’Aps «Sud Est Donne» con l’associazione «Libere Sinergie» di Milano, in collaborazione con il Centro antiviolenza del Comune di Bari e il Centro di Servizio al Volontariato San Nicola ETS.
L’idea espositiva è tanto semplice quanto potente: raccontare storie di violenza attraverso gli abiti indossati dalle donne nel momento dell’aggressione. Indumenti ordinari – jeans, tute, camicie, abiti da lavoro – appesi nello spazio e accompagnati da brevi testi che raccontano la circostanza dell’abuso.
«L’installazione è estremamente semplice – spiega la formatrice e curatrice della mostra Rosy Paparella –. Si tratta di diciassette storie autentiche di donne che hanno vissuto una delle esperienze più atroci che possano capitare, quella dello stupro. Il racconto è organizzato intorno agli abiti che indossavano in quel momento. Si vedono soltanto i vestiti, appesi in modo essenziale, con accanto la loro storia».
La forza del silenzio
La potenza dell’installazione sta proprio nella sua sobrietà. Non ci sono effetti scenici né immagini esplicite: solo vestiti comuni e parole. E proprio questa normalità diventa la chiave per incrinare uno stereotipo ancora molto diffuso. «Ciò che colpisce chi visita la mostra – continua Paparella – è l’assoluta quotidianità degli abiti. Si passa dalla tuta da ginnastica al tailleur di un’avvocata, dal camice di una dottoressa alla divisa di un’inserviente, fino all’abito indossato da una ragazza il giorno del suo esame di laurea. Abiti normalissimi, lontani da qualunque idea di provocazione. È questo che aiuta a smontare la costellazione di pregiudizi che spostano la colpa dall’autore del reato alla vittima».
Il punto, sottolinea la curatrice, è proprio questo: la violenza sessuale è uno dei pochi reati per cui l’attenzione pubblica continua spesso a concentrarsi sul comportamento della vittima. «Domande come “cosa facevi lì?”, “hai provocato?”, “come eri vestita?” non dovrebbero più esistere – osserva Paparella –. Eppure continuano a emergere, persino nei luoghi della giustizia e nel modo in cui i media raccontano questi fatti».
La scuola luogo di confronto
Non è casuale la scelta di portare l’installazione in un istituto scolastico, perché gli studenti delle classi quinte stanno partecipando a incontri di formazione guidati dalla stessa Paparella insieme agli operatori del Centro antiviolenza. Durante gli incontri emerge spesso un tema che attraversa la vita quotidiana delle ragazze: la paura. «Non è un’emozione neutra – sottolinea Paparella –. Tutti possono sentirsi insicuri per strada, ma le bambine e le ragazze imparano molto presto che il loro corpo esposto nello spazio pubblico può diventare oggetto di aggressione. Per loro la paura è una costante». Il tema si intreccia con una richiesta sempre più esplicita che arriva dal mondo giovanile: percorsi di educazione affettiva e sessuale. «I ragazzi ne hanno bisogno – dice Paparella – e lo chiedono chiaramente. Purtroppo oggi è difficile attivare nelle scuole percorsi continui e strutturati».
A confermarlo sono anche i dati più recenti. «Una ricerca di Save the Children, intitolata Stavo solo scherzando, mostra numeri preoccupanti. Un adolescente su quattro ha già subìto violenza all’interno di una relazione sentimentale; uno su tre accetta di farsi geolocalizzare dal partner; il 28% ha vissuto esperienze di sexting o di diffusione non consensuale di immagini intime. E quasi il 30% è stato costretto a compiere atti sessuali senza consenso. Ancora una volta il dato di genere è evidente: sono soprattutto le ragazze a pagare il prezzo più alto».