Sono passati oltre trent’anni da quando, il 27 marzo 1992, è stata approvata la legge che ha vietato l’utilizzo e la produzione di manufatti contenenti amianto. La numero 257/92 ha anticipato di tredici anni il divieto definitivo emanato dall’Unione Europea, rendendo l’Italia un modello per i Paesi dove l’amianto è ancora in uso.
Tuttavia c’è ancora tanto da fare: le passate esposizioni e i residui presenti sono ancora oggi un problema di salute pubblica. E in Puglia, come nel resto d’Italia, di amianto si continua a morire, anche a distanza di 40-50 anni dalla prima esposizione.
Il lungo periodo di latenza tra l’inalazione delle fibre e lo sviluppo di malattie asbesto-correlate, come il mesotelioma, mantiene ancora elevato il numero di decessi. Nicola Brescia, storico presidente del «Comitato Fibronit» di Bari ricorda l’ex «fabbrica della morte», che contava 400 operai in un quartiere densamente popolato, dopo un complesso e lungo processo di bonifica, a breve diventerà un parco urbano.
Dopo quasi trent’anni anni di lotte, che effetto le fa vedere le prime tracce del parco?
«E’ un grande successo, frutto dell’impegno civico di un gran numero di persone, ma soprattutto un risultato non scontato. Pensi che negli stabilimenti Fibronit di Broni e Siracusa, ancora oggi solo una parte della bonifica è stata effettuata. Anche se dopo un iter complesso e intricato, oggi possiamo dire di essere contenti, restano tante alte situazioni di criticità sul territorio. Non credo si sia compresa fino in fondo l’entità del problema. L’amianto non è un raffreddore, che lo curi e ti passa. I suoi effetti continuano a manifestarsi anche a distanza di anni».
A cosa si riferisce?
«Ai rischi legati a una certa disattenzione della politica rispetto al problema. L’amianto in alcune nazioni come Cina ed India viene ancora prodotto, lavorato ed esportato. Spesso questi prodotti, in prevalenza pannelli fonoassorbenti o per la conduzione elettrica, ma anche articoli particolari come alcuni giocattoli, vengono bloccati alla dogana. Non sempre questo avviene, qualcosa purtroppo passa».
Cosa servirebbe?
«Oltre ad una maggiore attenzione verso questo aspetto, sicuramente un piano complessivo, nazionale o regionale, una task force che effettui un monitoraggio attento e che superi l’approccio solo emergenziale. Oggi un privato che deve smaltire un piccolo pezzo di canna fumaria può arrivare a pagare fino a tremila euro. Se vogliamo realmente risolvere il problema, bisogna affrontare i costi di questa operazione. Inoltre, i cittadini devono sapere che si può e si deve procedere almeno alla messa in sicurezza. Basta una semplice spruzzata di vernice».
A Bari si continua a morire di amianto ancora oggi?
«Purtroppo sì. I sintomi di malattie come l’asbestosi possono comparire 10-20 anni dopo l’esposizione, mentre per i tumori, inclusi quelli polmonari, il tempo di latenza supera spesso i 40 anni. Anni fa fu fatto un censimento di tetti e altri elementi presenti sul territorio, ma il problema resta. Basti pensare che, nell’area metropolitana di Bari, a Binetto, c’è uno stabilimento che trattava amianto, come l’ex Vianini, ancora in fase di messa in sicurezza».