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Droga e smartphone con i droni nelle carceri pugliesi: così i boss mafiosi comandano dalle celle

«Funziona così: ti mando la posizione della cella con lo smartphone e tu mi fai arrivare la droga o i telefonini direttamente in cella con i droni». Parla un’agente penitenziario che chiede di restare anonimo. «In troppe carceri, senza escludere quelle ad alta sicurezza, siamo tornati ai tempi in cui Raffaele Cutolo governava dalla cella…
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«Funziona così: ti mando la posizione della cella con lo smartphone e tu mi fai arrivare la droga o i telefonini direttamente in cella con i droni». Parla un’agente penitenziario che chiede di restare anonimo.

«In troppe carceri, senza escludere quelle ad alta sicurezza, siamo tornati ai tempi in cui Raffaele Cutolo governava dalla cella la Nuova camorra organizzata – sembra fargli da eco il segretario generale del Sindacato di polizia penitenziaria Aldo Di Giacomo – Negli istituti, il comando ruota intorno al mercato della droga che muove un giro di una decina di milioni di euro l’anno, una colossale piazza di spaccio».

Insomma, da tempo starebbe prendendo piede la Mafia 2.0 «e solo adeguando l’attività investigativa, dentro gli istituti penitenziari e quelli dell’alta sicurezza, diventa possibile dare il colpo decisivo ai continui tentativi di riorganizzazione e ai traffici della criminalità organizzata».

Richieste che sembrano finire nel dimenticatoio. Racconta infatti ancora Arturo, nome di fantasia, in servizio in una delle carceri della regione: «Basterebbe davvero poco per ridurre il fenomeno dell’introduzione di droga e telefonini nelle carceri. Si potrebbero usare reti di protezione a maglia strettissima alle finestre, usare dei dissuasori per disturbare le frequenze di ricezione dei telefonini o fornire tutte le carceri delle pistole speciali per abbattere i droni».

E’ sempre Arturo a riferire che l’acquisto di uno smartphone in carcere può arrivare a costare tra i 3 e i 4mila euro. I microtelefonini, invece, vengono venduti fino a 10 volte in più rispetto al costo di mercato.

Dichiara Federico Pilagatti segretario nazionale del Sappe: «Da anni il Sindacato autonomo polizia penitenziaria, denuncia questa nuova via che grazie alla tecnologia consente di far entrare in carcere materiale vietato; in maniera quasi indisturbata e senza pericolo, grazie anche alla mancanza di qualsiasi mezzo da contrapporre a tale traffico».

«Che le carceri siano diventate piazze di spaccio di droga, nonché di vendita di microcellulari a caro prezzo, non sembra interessare nessuno – prosegue Pilagatti – A questo punto come al solito il cerino è rimasto in mano alla polizia penitenziaria che cerca in qualsiasi modo di arginare il fenomeno senza alcun strumento».

Di quattro giorni fa un’aggressione in carcere a Bari, ai danni di due agenti penitenziari rimasti feriti, in seguito al sequestro di due telefonini a un detenuto di Foggia; forse custoditi per altri. Perché è così che succede: i boss e capibastone scelgono i detenuti più deboli ai quali affidare i “loro averi”. E loro obbediscono.

«Il doppio sequestro ci fa pensare che il detenuto foggiano sia stato scelto dai detenuti baresi per custodire i telefonini – afferma Pilagatti – Detenuti del circuito di media sicurezza che potrebbero essere il braccio armato dei più pericolosi appartenenti ai clan ristretti nelle sezioni di alta sicurezza, che nei fatti comanderebbero sugli altri reclusi, mantenendo però un apparente comportamento irreprensibile».

«Quando denunciamo che lo Stato ha perso il controllo e che a comandare sono sempre i clan e i detenuti con condanne pesanti vogliamo riferirci proprio a questo – aggiunge Di Giacomo – C’è bisogno ora di interventi, azioni e misure urgenti per rimettere le lancette dell’orologio giustizia-legalità al tempo di oggi e non tornare indietro».

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