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Dove le radici mordono, Barucchieri: «La bellezza comincia quando qualcosa cede» – L’INTERVISTA

Le radici non sono mai innocue. Possono sostenere, ma anche trattenere, ferire, trasformare. È su questo confine che si muove la doppia prima di domenica 12 aprile, al Teatro Abeliano di Bari - tra il flamenco reinventato di No (short piece) e il tarantismo ribaltato di Lu Baciu Santu - dove la danza smette di…
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Le radici non sono mai innocue. Possono sostenere, ma anche trattenere, ferire, trasformare. È su questo confine che si muove la doppia prima di domenica 12 aprile, al Teatro Abeliano di Bari – tra il flamenco reinventato di No (short piece) e il tarantismo ribaltato di Lu Baciu Santu – dove la danza smette di essere forma e torna a essere rito, attraversamento, scelta. Al centro, lo sguardo di Elisa Barucchieri, direttrice artistica di ResExtensa, che di quel confine ha fatto il proprio terreno di ricerca.

Questa serata sembra costruita come un dialogo tra radici e futuro: quanto c’è di autobiografico, per lei, in questa necessità di tenere insieme tradizione e contemporaneità?

«È una domanda che tocca un punto per me fondamentale. Più che la tradizione, sento necessaria la consapevolezza delle radici. Senza radici non abbiamo né terreno né slancio. Conoscere ciò che siamo stati per diventare ciò che siamo: la contemporaneità, per me, non è una rottura ma una trasformazione consapevole. È qualcosa di profondamente autobiografico. Il mio percorso in antropologia – sul malocchio e sul tarantismo – nasce da questa esigenza: attraversare i fenomeni e tradurli in un linguaggio vivo. In scena portiamo memoria, non solo forma. E quella memoria, quando è condivisa, diventa un terreno comune, quasi un mistero collettivo. Come diceva Joseph Campbell, il futuro appartiene a chi sa ascoltare i miti del passato. È lì che nasce un presente autentico».

In «No (short piece)» la tradizione del flamenco viene attraversata e quasi «messa in crisi». È una tensione che riconosce anche nel percorso di ResExtensa?

«Sì, assolutamente. Credo che tutto nasca da una stessa radice: il desiderio di porsi domande e di ascoltare davvero la memoria, senza riprodurla in modo nostalgico. C’è una necessità profondamente umana di confrontarsi con le proprie radici e, allo stesso tempo, metterle in discussione. Non per distruggerle, ma per comprenderle. Questo è ancora più evidente con tradizioni forti come il flamenco o quelle del Sud Italia: linguaggi identitari che richiedono uno sguardo vivo. Per me “mettere in crisi” significa mettersi in ascolto, restare aperti, anche senza certezze. Ed è proprio lì che nasce qualcosa di nuovo».

In «Lu Baciu Santu» invece, il morso della Taranta diventa un gesto scelto: provocazione o nuova consapevolezza del corpo?

«È una domanda che andrebbe rivolta anche a Diego Tortelli, autore del lavoro. Posso dire che è un artista molto sensibile, con uno sguardo insieme interno ed esterno sulla Puglia. Si è inserito con generosità in un percorso che ResExtensa stava già sviluppando sulle radici. Trovo affascinante proprio questo sguardo “altro”: chi arriva da fuori riesce a vedere ciò che chi abita un luogo non vede più. Nel suo lavoro il morso diventa un gesto scelto, e questo spostamento è potente: apre a una riflessione sul corpo, sulla trance, sul desiderio. È una visione anche provocatoria, che introduce nuove domande».

Lei lavora da anni sul tarantismo: cosa le interessa ancora di questo rito? E cosa ha lasciato andare?

«Mi affascina ancora la dimensione del rito e il rapporto tra l’essere umano e il mistero: ciò che non si spiega, ma si percepisce. Il lavoro sul tarantismo nasce dal desiderio di attraversarne tutte le stratificazioni, dalle radici più antiche alle forme contemporanee. Parla di una necessità universale: dare forma, attraverso il corpo, a ciò che non riusciamo a spiegare. Non credo che lascerò mai questa ricerca. Quello che ho lasciato andare è la cristallizzazione delle forme. L’idea che esista un solo modo giusto di incarnare una tradizione. Per me la tradizione è viva, si trasforma continuamente. È questo che la mantiene tale».

Cosa ha visto in Diego Tortelli che l’ha convinta a lavorare con lui?

«Conoscevo il suo lavoro: oggi è un autore potente e sensibile. Mi ha colpito la sua vitalità, un’energia viva accompagnata da grande intelligenza e curiosità. Ma soprattutto la sua autenticità, la sua verità nel lavorare. Come direttrice artistica abbiamo scelto di offrirgli una fiducia piena, creando le condizioni perché potesse sviluppare il lavoro in libertà. È un atto di responsabilità, ma anche di apertura. E oggi siamo molto felici di questa scelta».

ResExtensa si definisce «Porta d’Oriente»: quanto è difficile restare aperti oggi?

«Più che chiuso, il sistema culturale è affaticato. Ed è questa fatica che spesso porta a chiudersi. Io credo nel contrario: nelle reti, nel fare insieme, nel restare aperti. Anche perché, se ci si ferma, si affonda. Porta d’Oriente è un luogo di passaggio, di incontro. Uno spazio in cui le persone possano entrare e attraversare. Per me l’arte è questo: un incontro. Una connessione viva che dà senso. E oggi è più necessario che mai».

C’è qualcosa, in queste due prime, che la mette ancora in discussione come direttrice artistica, prima ancora che come artista?

«Mi metto sempre in discussione. È un ruolo delicato, ogni scelta porta con sé domande. Queste due prime mi entusiasmano molto. La mia messa in discussione non riguarda il valore della serata, ma la capacità di comunicarlo davvero. Sento una responsabilità forte verso lo spettacolo dal vivo: un tempo fragile, irripetibile. Quello che mi interroga è come trasmetterne il valore, come far sì che le persone si fidino e scelgano di esserci. Forse è tutto qui: nel desiderio di fare sempre meglio, per rispetto verso gli artisti, il pubblico e la bellezza che l’arte può ancora generare».

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