Oggi Bari dedica un doppio appuntamento all’Iran contemporaneo e, in particolare, alla forza politica della resistenza femminista. Alle 15 nella sala conferenze di AQP, a Palazzo dell’Acqua, l’ottavo incontro del «Corso per le Competenze Trasversali» diretto da Francesca R. Recchia Luciani e coordinato da Maria Pia Vigilante è dedicato al tema Donne Vita Libertà: resistenza femminista in Iran, con Paola Rivetti, Shady Alizadeh e Parisa Shahvand. Alle 18.30, poi, la Libreria Laterza Ubik ospita la presentazione del volume di Paola Rivetti, Storia dell’Iran. Rivoluzione, guerra e resistenza 1979-2025 (Laterza) in dialogo con Recchia Luciani e Shady Alizadeh.
Sguardo rovesciato
Il libro di Rivetti propone uno spostamento netto del punto di vista. Non l’Iran raccontato attraverso le sue figure apicali – da Khomeini a Khamenei – ma un paese letto dal basso, attraverso movimenti sociali, reti di attivismo e forme di partecipazione che attraversano l’intera storia della Repubblica islamica. L’assunto dell’autrice è preciso: «Dire con forza e determinazione che i movimenti sociali sono il motore della storia». Una presa di posizione che contesta una narrazione pubblica ancora oggi centrata sulle élite e che restituisce invece centralità a studenti, lavoratori, donne e minoranze.
È dentro questa prospettiva che la rivoluzione del 1979, la guerra con l’Iraq, la stagione riformista e le proteste più recenti vengono reinterpretate come momenti di un rapporto costante, e conflittuale, tra Stato e società. Un rapporto segnato da una repressione durissima, che negli anni Ottanta produce un trauma collettivo profondo, ma che non riesce a spegnere la politicizzazione diffusa. Anzi, Rivetti insiste su un punto: «La repressione non è mai totale ed esistono linee genealogiche del dissenso che sopravvivono e alimentano le ribellioni del futuro». Anche nei momenti più chiusi, dunque, sopravvivono forme di resistenza che si trasmettono nel tempo e riemergono in nuove configurazioni.
Il paradosso dello Stato
Uno degli elementi più originali del lavoro è il paradosso che riguarda lo Stato stesso. La Repubblica islamica reprime, disciplina, controlla, ma allo stesso tempo contribuisce a produrre le condizioni della politicizzazione che la mette in discussione. «Lo Stato fornisce, – afferma Rivetti – almeno in parte, gli eroi e le strutture per una politicizzazione critica e indipendente ma, allo stesso tempo, ne reprime i risultati». Educazione rivoluzionaria, mobilitazione bellica, politiche pubbliche e processi di modernizzazione generano soggettività politiche autonome che, nel tempo, si trasformano in dissenso organizzato.
Gli anni Novanta e Duemila hanno rappresentato uno snodo decisivo. La riapertura controllata degli spazi politici ha prodotto aspettative diffuse, ma anche effetti inattesi. L’invito alla partecipazione si tradusse in richieste di autonomia che superarono i limiti imposti dall’alto, fino a creare «un surplus di partecipazione politica che costituì parte importante delle mobilitazioni successive».
Donne e resistenza
Dentro questa traiettoria, il ruolo delle donne emerge come strutturale. Non un capitolo separato, ma una presenza continua che attraversa tutte le fasi della storia recente iraniana. Le donne partecipano alla rivoluzione, agiscono durante la guerra, intervengono sulle riforme legislative, costruiscono campagne e pratiche di piazza. È su questa lunga genealogia che si innesta la sollevazione del 2022. Per questo Rivetti scrive che «Donna Vita Libertà ha cambiato per sempre la grammatica politica iraniana: sopravvive una resistenza che ha la forma di una miriade di atti quotidiani, come l’ostinato rifiuto di portare il velo, che sono impossibili da controllare capillarmente». La novità non sta solo nella mobilitazione di massa, ma nella sua persistenza diffusa. Anche dopo la repressione, la rivolta continua a vivere nei comportamenti, nei corpi, nei gesti di disobbedienza che attraversano la vita quotidiana. È qui che la dimensione femminista diventa chiave generale di lettura del conflitto politico iraniano.
Oltre le istituzioni
Il libro affronta anche la crisi della partecipazione istituzionale. L’astensionismo crescente e le campagne di boicottaggio non sono segni di apatia, ma forme di dissenso consapevole. In un contesto in cui «sempre meno persone vedono nella politica istituzionale e partitica lo spazio del proprio impegno», la partecipazione si sposta verso pratiche informali, reti sociali, forme di attivismo non riconosciute ma profondamente politiche, uscendo da una lettura esclusivamente geopolitica. Rivetti sottolinea come «i movimenti progressisti e democratici del Medio Oriente e del Nord Africa vengono visti come “anomalie per curiosi” invece di essere trattati come attori politici e sociali dai quali si possono apprendere strategie di resistenza e mobilitazione efficaci». In un contesto di guerre, sorveglianza e autocrazia, i movimenti diventano così una chiave interpretativa che va oltre i confini nazionali.