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Dai laboratori alle politiche naturali, la ricerca barese ridisegna l’agricoltura

Uno studio dell’Università di Bari è la base operativa per attuare gli obiettivi europei e globali contro la perdita di biodiversità

Dai laboratori alle politiche naturali, la ricerca barese ridisegna l’agricoltura

Dopo aver letto l’articolo «Reframing crops as multifunctional: a trait-based approach for sustainable agriculture» («Ripensare le colture come sistemi multifunzionali: un approccio basato sui tratti funzionali per un’agricoltura sostenibile»), pubblicato il 31 luglio scorso su NPJ Sustainable Agriculture, rivista del gruppo Nature, ho sentito il bisogno di scrivere queste riflessioni. Non si tratta soltanto del piacere di leggere un articolo scientifico rigoroso, innovativo e ben scritto. Ciò che colpisce maggiormente è la consapevolezza di trovarsi di fronte a uno di quei lavori destinati ad andare ben oltre la comunità scientifica. Studi che non si limitano ad accrescere le conoscenze, ma mettono a disposizione strumenti concettuali e operativi capaci di informare e orientare le decisioni pubbliche.

Scienza e decisioni

È proprio in questa capacità di costruire un ponte tra ricerca e politiche che risiede una delle funzioni più importanti della scienza contemporanea. Di fronte a sfide complesse come la crisi climatica, la perdita di biodiversità, l’inquinamento o la trasformazione dei sistemi energetici e agroalimentari, i decisori hanno bisogno di norme, risorse e consenso sociale, ma anche delle migliori conoscenze disponibili. È qui che il ruolo degli scienziati cambia: non quello di sostituirsi alla politica, ma di fornire le evidenze, i metodi e gli strumenti che consentono alla politica di prendere decisioni più efficaci, trasparenti e fondate sulla conoscenza. Non solo delle scienze fisiche e naturali, ma anche di quelle umane e sociali.

Lo studio coordinato da Maria Grazia Mastronardi e Giovanni Tamburini del Dipartimento di Scienze del Suolo, della Pianta e degli Alimenti (Di.S.S.P.A.) dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, rappresenta, a mio avviso, un eccellente esempio di questa ricerca orientata alle politiche pubbliche. Non solo perché propone un modo nuovo di concepire le colture agricole, ma perché offre strumenti concreti per accompagnare la transizione ecologica dell’agricoltura e l’attuazione del Regolamento (UE) sul Ripristino della Natura e del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework.

Le strategie globali

Vale la pena ricordare perché questi due strumenti sono così importanti. Il Regolamento (UE) 2024/1991 sul Ripristino della Natura rappresenta il principale strumento legislativo europeo per arrestare e invertire il degrado degli ecosistemi, fissando obiettivi giuridicamente vincolanti di ripristino fino al 2050. A livello globale, il Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, adottato nel 2022 nell’ambito della Convenzione sulla Diversità Biologica, costituisce la strategia internazionale per fermare e invertire la perdita di biodiversità, con 23 target da conseguire entro il 2030 e quattro obiettivi al 2050.

Entrambi riconoscono che una parte importante della sfida si gioca nei sistemi agricoli. Pur essendo essenziale per la sicurezza alimentare, l’agricoltura è infatti uno dei settori che più incidono sui principali driver diretti della perdita di biodiversità, in particolare attraverso il cambiamento dell’uso del suolo, l’inquinamento da fertilizzanti e pesticidi, il consumo delle risorse idriche e la semplificazione degli ecosistemi agricoli. Per questo la trasformazione del settore agricolo è considerata una condizione indispensabile per raggiungere gli obiettivi europei e globali di tutela e ripristino della natura.

Colture multifunzionali

L’idea alla base del lavoro è tanto semplice quanto innovativa. Le colture non devono essere considerate soltanto come produttrici di alimenti, mangimi, fibre e altre materie prime, ma come vere e proprie infrastrutture ecologiche, capaci di sostenere il funzionamento degli agroecosistemi. Ogni specie e ogni varietà possiede infatti caratteristiche funzionali che influenzano non solo la resa produttiva, ma anche la generazione di servizi quali il sequestro del carbonio, la fertilità del suolo, il ciclo dell’acqua, il sostegno agli impollinatori, il controllo biologico di parassiti e patogeni e la biodiversità.

Questa prospettiva rappresenta un cambio di paradigma. Per oltre mezzo secolo il miglioramento genetico e le politiche agricole hanno privilegiato quasi esclusivamente l’aumento della produttività. Una strategia che ha contribuito alla sicurezza alimentare, ma che ha anche favorito la semplificazione degli agroecosistemi e una crescente dipendenza da fertilizzanti di sintesi, pesticidi, irrigazione e altri input esterni, con effetti sempre più evidenti sul degrado dei suoli, sull’inquinamento delle acque, sulla perdita di biodiversità e sulla vulnerabilità ai cambiamenti climatici.

Il principale merito del lavoro è quello di trasformare questa intuizione ecologica in uno strumento operativo. Gli autori propongono un modello che mette in relazione le caratteristiche biologiche delle diverse colture con il funzionamento degli ecosistemi agricoli e con i servizi e i benefici che questi producono. La multifunzionalità delle colture diventa così un criterio misurabile, utilizzabile nella ricerca, nel miglioramento genetico, nella consulenza tecnica e nella gestione aziendale.

L’opportunità italiana

Per l’Italia questo approccio rappresenta un’opportunità straordinaria. Il nostro Paese possiede uno dei più ricchi patrimoni europei di biodiversità agricola, con centinaia di varietà locali e risorse genetiche selezionate nei secoli dagli agricoltori. Valorizzarle significa costruire sistemi agricoli più resilienti, meno dipendenti dagli input chimici, più capaci di adattarsi ai cambiamenti climatici e di contribuire alla conservazione della biodiversità.

È proprio da qui che il lavoro assume un significato che va ben oltre il settore agricolo. Esso rappresenta un esempio concreto di come la ricerca scientifica possa contribuire direttamente all’attuazione delle grandi strategie europee e internazionali sulla sostenibilità.

Il Regolamento (UE) 2024/1991 sul Ripristino della Natura individua infatti negli ecosistemi agricoli uno degli ambiti prioritari di intervento, mentre il Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework chiede di trasformare l’agricoltura in un settore capace di contribuire attivamente alla conservazione della biodiversità e al mantenimento dei servizi ecosistemici. Ma fissare obiettivi non basta. Per renderli concreti servono metodi, indicatori e strumenti capaci di orientare le decisioni.

Dalla ricerca alle politiche

È proprio qui che la ricerca dimostra il suo valore. Lo schema concettuale proposto dai ricercatori baresi offre criteri scientifici per guidare il miglioramento genetico, la consulenza tecnica, gli incentivi della Politica Agricola Comune e, soprattutto, l’elaborazione e l’attuazione dei Piani nazionali di ripristino della natura. In altre parole, rende concretamente attuabili obiettivi che, senza adeguate basi scientifiche, rischierebbero di rimanere dichiarazioni di principio o, cosa peggiore, di tradursi in decisioni inadeguate e inique.

Questo è forse il messaggio più importante dell’articolo. La ricerca non si limita a descrivere i problemi ambientali o a quantificarne gli effetti: progetta le soluzioni e costruisce gli strumenti necessari per tradurre gli obiettivi della sostenibilità in politiche efficaci. È questa, probabilmente, la nuova frontiera della ricerca per la sostenibilità: produrre conoscenze pensate fin dall’inizio per essere utilizzate dai decisori pubblici, dalle amministrazioni e dagli operatori economici. Una ricerca che non rimane confinata nei laboratori, ma contribuisce direttamente all’attuazione del Green Deal europeo, del Regolamento per il Ripristino della Natura, del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, dell’Accordo di Parigi sul clima e dei 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.