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Da un agguato a Roma a un omicidio a Parigi, il romanzo di Quintili tra mezzo secolo di colpe

“Quel che resta dell’eclissi”, che sarà presentato stasera alla Feltrinelli di Bari, intreccia noir, memoria politica e dramma familiare

Da un agguato a Roma a un omicidio a Parigi, il romanzo di Quintili tra mezzo secolo di colpe

Questa sera, alle 18.30, la libreria Feltrinelli ospita la presentazione del nuovo romanzo di Andrea Quintili, “Quel che resta dell’eclissi”, pubblicato da Edizioni dal Sud. A dialogare con l’autore sarà Alberto De Giglio. Nato a Roma nel 1974, laureato in Scienze giuridiche con indirizzo in Criminologia, Quintili arriva a questo terzo romanzo dopo Tre – ognuno ha i suoi fantasmi e Un passato perfetto, confermando una scrittura interessata ai nodi oscuri della memoria, alle colpe che non si lasciano archiviare, ai fantasmi privati che la Storia deposita nelle vite comuni.

Il nuovo libro parte da due morti. La prima avviene il 28 dicembre 1978: Mario Carta, agente della Questura di Roma, viene ucciso in un agguato di matrice terroristica dalla giovane Iris. La seconda si consuma molti anni dopo, il 21 giugno 2022, nel cimitero monumentale di Parigi, dove viene assassinata la scrittrice Emma Merisi, un tempo accostata alla lotta armata e alle Brigate Rosse. Tra questi due eventi, il romanzo apre una sorta di dialogo, per capire che cosa sia accaduto e per interrogare ciò che resta nelle vite di chi non ha scelto quella guerra.

La memoria ferita

Quel che resta dell’eclissi non è un romanzo sugli anni di piombo in senso strettamente documentario, né un noir costruito soltanto sull’indagine. È piuttosto un libro sulle conseguenze. Quintili guarda alla violenza politica, più che come ad un capitolo della storia italiana, piuttosto come a un’eredità emotiva, familiare, morale. I colpi sparati, le fughe, i silenzi, le appartenenze clandestine non finiscono nel momento in cui finiscono gli eventi: continuano a lavorare nei corpi, nelle case, nei legami, nei nomi taciuti. Iris, Emma, Teresa, Tommaso, l’uomo senza nome rifugiato alle Lofoten, Anita: i personaggi sembrano tutti abitare un dopo. Nessuno è davvero libero dal proprio passato. C’è chi ha ucciso, chi forse ha tradito, chi è fuggito, chi ha subito l’abbandono, chi ha trasformato il dolore in mutismo. Il titolo, allora, diventa una possibile chiave di lettura: l’eclissi è il buio calato su una generazione e su chi ne ha ereditato le ombre. Ma il romanzo si chiede soprattutto che cosa rimanga quando il buio si ritira: quali schegge, quali colpe, quali gesti d’amore deformati dalla paura.

La Storia nelle case

La forza del libro sta nel modo in cui la grande Storia entra negli spazi minimi: una cucina, una libreria, una camera da letto, un consultorio, una cantina, una cabina di proiezione, una strada di periferia. Roma è un organismo vivo, più che un fondale: Centocelle, Torpignattara, via Casilina, via di Acqua Bullicante, il Pantanella, piazza Roberto Malatesta. La geografia urbana coincide con una forma di geografia morale. Ogni strada conserva una traccia, ogni quartiere sembra sapere qualcosa che i personaggi non riescono più a dire. Lo stesso avviene a Parigi e nelle Lofoten. L’appartamento di Emma a Montmartre, la cassetta alla Gare du Nord, il cimitero del Père Lachaise, il piccolo cinema norvegese, il cartello che indica Şingal a migliaia di chilometri di distanza: sono luoghi di transito, di fuga, di identità sospese. Quintili costruisce un romanzo in cui i personaggi cercano rifugi, ma ogni rifugio finisce per restituire ciò che avrebbero voluto dimenticare.

Vittime e carnefici

Uno dei nuclei più interessanti del libro è il rifiuto delle semplificazioni. Le «vittime e carnefici di un legame, di un sentimento» rappresentano l’ambiguità su cui il romanzo si sviluppa. Iris è la militante che compie un gesto irreparabile, ma anche una ragazza percorsa dalla paura, dal desiderio, dal bisogno di appartenenza, dalla rottura con la madre, dall’amore per Stefano. Emma, la scrittrice uccisa, è una sorella assente, una donna che ha combattuto, nascosto, forse protetto o tradito. Teresa indaga ma deve fare i conti con il rancore, con il senso di colpa, con la tentazione di liberarsi finalmente dei morti. Il romanzo funziona perché non assolve e non condanna in modo didascalico. Lascia che siano i gesti, gli oggetti e le omissioni a parlare: una foto infilata in tasca, un diario nascosto tra i libri, un biglietto lasciato su una serranda, una chiave, un vecchio disco, un sacchetto di terra, un passamontagna, una pistola forse impugnata e forse rimossa dalla memoria.

Una scrittura sensoriale

Da qui deriva quella prosa densa, visiva, molto fisica, di Quintili. Odori, suoni, colori e canzoni passano continuamente tra le pagine: gli Inti-Illimani, Edoardo De Angelis, Björk, i Massive Attack, i Dark Tranquillity, i Linkin Park. La musica è una specie di memoria parallela. Ogni brano apre un tempo, una possibilità di riconoscimento. Anche gli oggetti hanno un peso narrativo forte: non arredano, ma custodiscono ciò che i personaggi non riescono a dire. Il Casio, l’anello, il 45 giri di Lella, la foto di famiglia, il libro di Pound, i diari di Tommaso, la lettera di Emma: tutto diventa prova affettiva prima ancora che indizio investigativo.

Romanzo delle conseguenze

Quel che resta dell’eclissi è dunque un romanzo sulla verità che arriva tardi. Una verità mai pacificante, spesso incompleta, custodita in frasi interrotte, video sgranati, ricordi rimossi, lettere consegnate fuori tempo massimo. Il noir c’è, e sostiene la tensione; ma al centro restano alcuni interrogativi più profondi: come si sopravvive alle scelte degli altri? Come si continua a vivere quando un familiare, un amore, un amico ha preso una decisione definitiva in nome di un’idea, trascinando anche noi dentro le sue conseguenze?