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Cristiano De André torna in Puglia: «Come un sacerdote laico canto alla gente le parole di papà Fabrizio» – L’INTERVISTA

Le canzoni di Fabrizio De André non hanno mai smesso di fare attrito con il presente. Più passa il tempo, più sembrano parlare di adesso: della guerra, del potere, dell’ipocrisia che cambia forma ma non sostanza. Cristiano De André le attraversa da anni senza trasformarle in un santuario, portandole invece sul palco come un terreno…
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Le canzoni di Fabrizio De André non hanno mai smesso di fare attrito con il presente. Più passa il tempo, più sembrano parlare di adesso: della guerra, del potere, dell’ipocrisia che cambia forma ma non sostanza.

Cristiano De André le attraversa da anni senza trasformarle in un santuario, portandole invece sul palco come un terreno di confronto, una «messa laica», come gli piace dire. «De André canta De André Best Of» non è una celebrazione, ma una resa dei conti: il punto in cui un progetto lungo vent’anni si guarda allo specchio. Il tour farà tappa il 22 maggio al Teatro Team di Bari.

Cristiano, questo spettacolo sembra un bilancio di un progetto iniziato molti anni fa. Sente che questo percorso ha raggiunto una maturità definitiva?

«Di definitivo non c’è mai niente, perché può sempre andare avanti con nuovi tasselli. Questo “Best Of” è il meglio dei quattro album che ho dedicato a questo progetto: ci sono i pezzi più famosi di mio padre e si toccano varie tematiche sociali e politiche del nostro tempo. Credo sia uno spettacolo che possa andare bene per tutti quelli che amano mio padre».

Quali sono le tematiche sociali a cui si riferisce?

«Fatti della società contemporanea che mio padre aveva già visto in anticipo. Era un visionario: ogni sua opera permette di capire dove si annida l’ipocrisia e quale strada affrontare. Ha dato risposte esistenziali a molti ragazzi, facendoli sentire meno soli. Per questo la sua arte è diventata senza tempo».

Qual è l’ipocrisia che oggi suo padre avrebbe sofferto di più?

«Durante un tour mi prese da parte e mi disse: “Sono più di trent’anni che scrivo canzoni contro l’onore della guerra e contro i soprusi del potere, e mi sono reso conto che non è servito assolutamente a un cazzo”. Rimasi in silenzio. Solo oggi capisco che aveva ragione: non basta essere d’accordo con quello che ha scritto, bisogna mettere in pratica quelle parole con atti concreti».

Quando oggi canta quelle canzoni sul palco, sente di poter incidere davvero sulla realtà?

«Questo discorso lo faccio anche durante i concerti. Invito la gente a compiere gesti concreti. Considero ogni live una sorta di messa laica: mi sento come un sacerdote laico che porta la parola di mio padre. A un certo punto chiedo al pubblico di scambiarsi un “cinque di pace”. Si crea sempre un grande momento di partecipazione».

Ricorda suo padre mentre lavorava a nuove canzoni?

«Nell’ultimo periodo lavorava con Oliviero Malaspina ai Notturni. Molte canzoni le ho viste nascere con Massimo Bubola e Mauro Pagani. Ricordo quando Pagani portò musica ispirata ai suoi viaggi nel Nord Africa: era materiale ancora scomposto, poi insieme trovarono una lingua più espressiva. Oggi, quando canto quei brani, ricordo il momento in cui sono nati».

Avete mai viaggiato insieme?

«Non molto. Ricordo un tour europeo insieme. Ma mio padre viaggiava soprattutto con la testa: leggeva tantissimo e aveva la capacità di vedere immagini a colori mentre leggeva. Preferiva i libri al cinema».

Ha annunciato una data a Bari a Maggio. Che rapporto ha con la Puglia?

«La amo molto. Ho avuto anche una fidanzata pugliese, ho amici in Salento e ci torno spesso. È una regione meravigliosa, con un mare bellissimo e una vita a misura d’uomo. Sono contento di tornare a Bari».

L’ultima volta che l’ho intervistata mi ha confessato il desiderio di tornare a Sanremo con un progetto suo. Ci ha provato quest’anno?

«Sì, ma non è stato possibile. Continuerò a lavorare al disco e a scrivere. Spero di essere pronto per il prossimo».

Ci pensi spesso al palco dell’Ariston?

«Non saprei. È un momento complicato per raccontare il nostro tempo. Anche artisti come De Gregori hanno smesso di scrivere. C’è stata una caduta culturale dagli anni Ottanta, quasi un “secondo Medioevo”. Trovare un linguaggio che arrivi a tutti senza diventare didascalici è difficile».

C’è un desiderio che vorrebbe ancora realizzare nel suo percorso artistico?

«Vorrei vedere più reazione da parte della gente, meno anestesia generale. Vorrei un nuovo Rinascimento e riuscire a vederlo».

Con questa visione così critica del presente, non la ritroverò mica in politica?

«No, che stia lontana dalla mia vita. Non mi interessa».

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