In una città piena di turisti, nonchè di fedeli e pellegrini in vista della festa di San Nicola, con i fuochi e i botti, tornano a farsi sentire i colpi di pistola. E torna alla mente il periodo di fuoco degli anni ‘90 – 2000 quando Bari era quella scura de «La capa gira» e non quella leziosa e manieristica di Lolita Lobosco. Si torna a sparare impunemente nelle discoteche e fra i vicoli del borgo antico e non solo tornano alla mente quelle immagini, ma anche i cognomi delle solite famiglie che hanno imperversato per anni, prima di finire dietro le sbarre.
Ma i rampolli, forse saranno un po’ meno organizzati, ma non per questo fanno meno paura di padri, zii e nonni. La risposta dei ragazzi e degli studenti alla sparatoria di martedì sera non si è fatta attendere, risposta civile dove si mostrano valori che non sono quelli amplificati da Tik Tok delle sfide fra criminali rampanti, ma sono quelli della convivenza civile, della solidarietà, della pace. Anche il sindaco Leccese e il governatore Decaro si sono esposti in prima persona. Fra i presidi della legalità c’è Libera e don Angelo Cassano è il referente regionale.
Cosa sta succedendo a Bari?
«Il clima che stiamo vivendo certamente ci riporta un po’ indietro a quelle paure, a quegli anni ‘90, primi dei 2000 che abbiamo vissuto. Bari non può tornare indietro su questa storia. Certo in città c’è tanta droga, ci sono tante armi e c’è una questione inerente ai giovanissimi, alle giovani generazioni, soprattutto ai rampolli che sono senza freni. Non vorrei pensare che siamo a quei livelli passati, ma non dobbiamo abbassare la guardia. Un po’ tutti, anche la società civile, le istituzioni, dobbiamo essere vigili, dobbiamo essere attenti a non ritornare, a non pensare che questi fenomeni li abbiamo superati. C’è tanto lavoro da fare».
Questi giovanissimi pare agiscano non su determinati ordini ma un po’ più sull’onda dell’impulso.
«C’è una sfida social che vivono perché stanno perennemente sui social a lanciarsi messaggi, a insultarsi, a vedere chi è più forte. C’è una dimensione tutta inerente alla cultura mafiosa che passa anche attraverso i social, quindi diciamo che questi sono imprevedibili per tanti motivi. Imprevedibilità che poi riguarda un po’ quell’elemento di disagio giovanile che stiamo vivendo in generale. C’è una situazione anche abbastanza trasversale in questo momento di vicinanza e di consenso culturale alle mafie. Ci sono molti giovani che si fanno prendere da questa idea e quindi noi dobbiamo continuare a fare un lavoro serio che non sono solo delle progettualità che in qualche modo mirano solo a fare qualcosa nel proprio orto».
Ma fino a che punto questa criminalità rampante è veramente organizzata?
«Organizzata lo è perché comunque sono legati alle famiglie storiche della città. È evidente che qui dietro c’è un conflitto tra gli Strisciuglio e i Capriati, questo è il terreno dentro cui avviene un conflitto che è storico, ma che oggi vive delle forme differenti dentro tutta una pratica di presenza e di controllo che addirittura arriva dalle discoteche alla movida, cioè dentro tutte queste realtà loro ci sono tutti dentro».
L’altro giorno comunque c’è stata una risposta da parte di giovani e studenti.
«Sì, c’è stata una risposta importante che è venuta dagli studenti, dai giovani, ed è importante perché diventa una risposta intergenerazionale. All’interno di questa generazione deve avvenire un sussulto di coscienza civica, perché altrimenti diventa solo la lotta della magistratura, delle forze dell’ordine, degli insegnanti di Libera».
Anche per far capire che altri modelli ci sono…
«Esattamente, cioè far emergere la positività della della presenza giovanile in questa città, altrimenti tutto è schiacciato su questo. Invece è importante che ci sia questa presa di coscienza, questa partecipazione. Ecco, io credo che sia importante la partecipazione. L’impegno dell’antimafia non è solo repressivo, non è solo quella che fa la magistratura ma deve essere di tutti e non dare per scontato oppure rassegnarci o normalizzare. Poi Bari si è creata la sua immagine sul turismo e quindi questi fatti ci devono far preoccupare ancora di più, perché basta poco che questa situazione positiva si tramuti di nuovo nell’immagine negativa della città di alcuni anni fa».
In pratica ci sarebbero anche motivi di immagine ed economici per non tornare indietro…
«Ci sono tanti motivi, non ultimo anche quello di immagine ed economico per evitare che quelli abbiano il sopravvento. Il punto è che c’è la droga, tanta e di cui si parla poco, le armi, la questione giovanile».
Don Angelo, da sacerdote, pensa che ci sia una speranza per respingere gli assalti della criminalità e far prevalere una cultura del rispetto e della legalità?
«Io ce l’ho la speranza. La speranza, dice qualcuno, è un dolore che non si arrende. Da un lato c’è il dolore di vedere una città, di vedere queste cose che certamente ci addolorano, ma non ci devono spingere alla rassegnazione».