Tredici anni dopo il fallimento, la giustizia presenta il conto del tempo trascorso: zero condanne. Il Tribunale di Bari ha prosciolto oggi, per intervenuta prescrizione, i sette imputati nel processo sul crac della Cooperativa Multiservizi Portuali di Bari, dichiarata fallita il 17 giugno 2013.
Si chiude così, senza colpevoli né innocenti nel merito, una vicenda che aveva scosso lo scalo marittimo barese. Alla sbarra c’erano ex amministratori e soci, accusati a vario titolo di bancarotta fraudolenta. Secondo l’impianto accusatorio, la gestione della cooperativa – che si occupava di parcheggi e trasporto crocieristi – era stata pilotata verso il dissesto per evitare di pagare ingenti debiti con l’Erario, stimati in circa 600mila euro.
Al centro dell’inchiesta c’era la figura di Nicola Columbo, considerato l’amministratore di fatto, che in concorso con familiari e stretti collaboratori (la figlia Elisabetta, il genero Michele Manuto, i nipoti Saverio e Antonio Veneziani, Giuseppe Monno e Nicola Costantini) avrebbe attuato un “progressivo depauperamento” del patrimonio aziendale. L’indagine, però, aveva un peso specifico ben più rilevante: costituiva infatti un filone parallelo della maxi inchiesta della DDA sulle infiltrazioni mafiose del clan Capriati nel porto di Bari. Va precisato che, per i soci della Multiservizi, le ipotesi di connivenza con la criminalità organizzata furono archiviate tempo fa, mentre il processo per i reati societari è andato avanti.
Gli imputati furono arrestati nell’ottobre 2013. Il dibattimento vero e proprio è iniziato solo nel 2017 e si è trascinato fino ad oggi, 13 gennaio 2026, quando i giudici hanno dovuto prendere atto che il tempo massimo per punire quei reati era scaduto (i reati fiscali erano già prescritti da cinque anni). Una vittoria per il collegio difensivo (avvocati Antonio Falagario, Orazio Moscatello e Gianluca Zilli), ma una sconfitta per i tempi della giustizia.










