Il progetto di cohousing sociale a Bari è argomento caldo in queste ore, soprattutto per le potenzialità che potrebbe esprimere in un contesto socio-economico in trasformazione.
A intervenire sono state la vicesindaca e assessora alla Riqualificazione urbana e sociale, Giovanna Iacovone e l’assessora al Welfare Elisabetta Vaccarella, che hanno illustrato lo stato dell’arte e le prospettive future di uno strumento considerato strategico sia sul piano abitativo sia su quello dell’inclusione sociale.
Gli aspetti positivi…
Per l’amministrazione, il cohousing rappresenta un intervento «trasversale», capace di coniugare rigenerazione urbana e rigenerazione sociale. «Quando parliamo di rigenerazione sociale – ha spiegato Iacovone – parliamo di benessere per le persone vulnerabili e fragili. Il cohousing rientra pienamente in questa visione». L’idea è quella di sviluppare modelli abitativi condivisi non solo nelle periferie, ma anche in aree più centrali della città, individuando immobili pubblici idonei attraverso una mappatura del patrimonio comunale già prevista in bilancio.
L’obiettivo dichiarato è garantire il diritto alla casa, sperimentando soluzioni innovative ma già testate in altre realtà urbane europee. Tra le ipotesi al vaglio c’è anche quella di forme di convivenza di genere (prevista già nel quadro di indirizzo) e intergenerazionale, ad esempio tra studenti e anziani. «La convivenza con i giovani potrebbe essere salutare per le persone anziane – ha sottolineato Iacovone – e si potrebbero creare forme di collaborazione reciproca».
Un modello che, secondo la vicesindaca, non sarebbe rivoluzionario, ma richiederebbe una progettazione attenta e un contesto adeguato. In questa direzione, il Comune sta valutando anche l’utilizzo di beni del patrimonio pubblico e, in prospettiva, di beni confiscati alla mafia, oltre alla possibilità di intercettare risorse come il cinque per mille o di avviare collaborazioni tra pubblico e privato, vista la difficoltà di intervenire su immobili industriali spesso di proprietà privata. Il tema del cohousing sarà inoltre portato all’interno del «tavolo delle periferie», istituito di recente, che prevede una cabina di regia trasversale e sottotavoli tematici dedicati, tra l’altro, alle povertà, alla violenza di genere e alle marginalità giovanili.
… e le criticità
Accanto agli aspetti positivi, però, emergono anche limiti concreti. A fare il punto sulle esperienze già avviate è stata l’assessora al Welfare Elisabetta Vaccarella. «L’unica esperienza di cohousing attualmente attiva a Bari – ha spiegato – riguarda sei anziani, quasi tutti ex senza fissa dimora, che condividono un appartamento a Poggiofranco». Un progetto partito con fondi del Pnrr e oggi sostenuto dal bilancio comunale. Altre esperienze strutturate, al momento, non ce ne sono, nonostante siano state fatte varie proposte e progetti che prevedono fondi europei.
Vaccarella ha inoltre espresso cautela sull’ipotesi di convivenza tra fasce di età molto diverse. «Mettere insieme anziani e giovani è una forma di cohousing più complessa – ha osservato – perché le esigenze sono spesso diametralmente opposte, dagli orari alla gestione della quotidianità». Secondo l’assessora, prima di sperimentare modelli più articolati sarebbe opportuno partire da soluzioni che coinvolgano persone con bisogni simili, come anziani soli o padri separati e divorziati che, pur lavorando, non riescono a sostenere i costi di un’abitazione autonoma.
Mancanza di spazi
Un ulteriore nodo riguarda la disponibilità di spazi: allo stato attuale il Comune non dispone di immobili pronti per nuove esperienze di cohousing e, quindi, un eventuale sviluppo richiederebbe l’intervento dei privati o l’acquisizione di beni confiscati. Un limite strutturale che rende il percorso complesso, ma che non frena l’interesse dell’amministrazione verso uno strumento considerato che potrebbe rivelarsi un’occasione di crescita sociale per le generazioni e le categorie coinvolte.










