Bari agli ultimi posti tra le città metropolitane per disponibilità di alloggi di edilizia popolare in un quadro regionale di emergenza diffusa. In un momento di pressione abitativa senza precedenti, sono i dati contenuti nell’ultimo rapporto Svimez 2025, incrociando quelli diffusi dalla fondazione Ifel dell’Associazione nazionale dei comuni italiani (Anci). Peggio del capoluogo regionale, che in ogni caso detiene circa il 40% dell’edilizia pubblica pugliese con 11.823 alloggi (l’1% del totale), fanno solo le siciliane Palermo, Messina e Catania. Lontanissime dai dati di Roma, Milano, Napoli, Torino e Genova, tutte con disponibilità oltre il 3%. Il motivo è semplice: molte amministrazioni locali pugliesi, nei loro piani urbanistici, hanno praticamente dimenticato l’edilizia popolare. E buona parte degli alloggi oggi presenti, che risale agli anni Ottanta, ha anche bisogno di consistenti investimenti di ristrutturazione ed efficientamento energetico.
Il dato nazionale
Se guardiamo al dato nazionale, i numeri sono impietosi a livello continentale: appena il 2,6% dello stock abitativo italiano è destinato all’edilizia sociale. Un dato che pone il nostro Paese agli ultimi posti in Europa. In Francia, in particolare, l’edilizia indirizzata alle fasce più deboli della popolazione rappresenta il 12% dello stock abitativo; mentre valori ancora più alti si registrano nei Paesi del Nord-Europa, come in Svezia, con il 24% del patrimonio di edilizia pubblica sul totale, e in Olanda con il 29%.
L’enorme richiesta
Questo spiega anche l’enorme domanda. Gli alloggi Erp in Italia sono circa 900mila, di cui 780mila di proprietà delle aziende regionali e 220mila di proprietà dei Comuni. Secondo l’Osservatorio nazionale sulle politiche abitative e di rigenerazione urbana, nelle graduatorie comunali per l’accesso ad una casa popolare sono presenti circa 650mila famiglie (almeno 1,4 milioni di persone). Solo nella città di Bari, per rispondere a questa emergenza abitativa, secondo una stima di massima, ci sarebbe bisogno di almeno altri 10mila alloggi popolari. Per non parlare del contenzioso in atto. Sempre secondo i dati dell’Osservatorio, annualmente vengono emesse circa 40mila sentenze di sfratto che coinvolgono almeno 120mila persone (con più di 30mila minori) ed eseguiti con la forza pubblica tra i 25mila e i 30mila sfratti, che vedono coinvolti 15mila minori. Pur non esistendo una stima certa e condivisa del numero di case popolari sfitte o non utilizzate per mancata manutenzione e assegnazione, si può ipotizzare che ci siano almeno 100mila case vuote di proprietà pubblica. Un altro controsenso.
Le ricette Svimez
«Per quanto riguarda i Comuni – si legge nel rapporto Svimez – occorre rilanciare il Programma innovativo nazionale per la qualità dell’abitare (Pinqua), da stabilizzare e potenziare, anche attraverso un’agenda dedicata sul nuovo Piano nazionale di partenariato previsto dalle nuove politiche di coesione». E, specificatamente, il rapporto evidenzia la necessità di rifinanziare due misure: «Il Fondo a sostegno degli affitti e quello per la morosità incolpevole, con particolare attenzione a giovani e famiglie vulnerabili e a strumenti di intermediazione pubblico-privata per l’utilizzo sociale di immobili sfitti». Servono anche, alcuni strumenti complementari, come «l’utilizzo degli immobili pubblici e dei beni confiscati alle mafie per finalità abitative e sociali; sgravi fiscali per i contratti di locazione agevolati e garanzie statali sugli affitti; l’introduzione di una quota minima di housing sociale in ogni progetto di rigenerazione urbana».










