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“Tu stiv a Bari-Cittadell?”, Carriero: «Il calcio ci ricorda chi eravamo quando ci siamo innamorati» – L’INTERVISTA

Cristiano Carriero racconta il Bari come si raccontano certe ossessioni che ti restano addosso anche quando provi a lasciarle andare. Nel suo libro Tu stiv a Bari-Cittadell’? il calcio è solo il punto di partenza. Dentro ci sono padri che mancano troppo presto, amici che continuano a riconoscersi dopo decenni, trasferte notturne, province che si svuotano e ragazzi che crescono pensando che una squadra possa salvarli almeno per una domenica. Il racconto di quello che resta quando finiscono le partite: le persone, le ferite, il bisogno di continuare a sognare.

Carriero, nel libro lei racconta il Bari come si racconta una persona amata male, continuamente. A un certo punto viene da chiedersi: si può diventare adulti davvero senza tradire almeno una volta la propria città?

«Una delle frasi che ci sentiamo ripetere più spesso è: “Angr dret u Baar vai?”. Succede quando le cose si complicano: stagioni storte, calcioscommesse, delusioni. Però non credo che allontanarsi significhi tradire. Ognuno vive il calcio e l’amore a modo proprio. Uno degli intenti del libro è proprio rifuggire la gara a chi è “più tifoso”. Vorrei vivere il tifo in libertà: decidere se andare allo stadio oppure no senza dovermi giustificare, guardare una partita con tifosi avversari e sperare che un giorno tutto questo diventi normale».

Le pagine più forti non sono quelle sulle vittorie, ma quelle in cui il calcio diventa un rifugio dal dolore. Penso al racconto su suo padre, o agli amici che nel frattempo diventano memoria. Ha mai avuto paura che scrivere questo libro significasse togliere sacralità ai ricordi?

«Non posso non citare Hornby e Febbre a 90: “Dopo un po’ ti si mescola tutto nella testa e non riesci più a capire se la vita è una merda perché l’Arsenal fa schifo o viceversa”. Dentro il mio libro c’è inevitabilmente questa lezione. Tu stiv a Bari–Cittadell’? racconta una vita, la mia, ma soprattutto quella degli altri tifosi. Il Bari è quasi un pretesto. Dentro ci sono i miei amici di sempre, il rapporto con mio padre, il momento in cui a volte è il figlio a dover consolare il genitore. Non ho mai avuto paura di togliere sacralità ai ricordi, anche perché conosco bene la differenza tra un diario e un romanzo. E chi mi conosce sa che alcuni passaggi sono fiction».

Nel libro gli eroi non sono quasi mai i campioni «perfetti»: Masinga, Ingesson, Guerrero sembrano figure romantiche, fragili, laterali. Perché Bari – e forse il Sud – si innamora più facilmente degli incompiuti che dei vincenti?

«Mi piace dire che, se il Bari fosse una religione, sarebbe una di quelle in cui il Messia non si è ancora manifestato. Bari non ha avuto Maradona. I grandi campioni passati da qui lo hanno fatto quasi sempre prima di diventarlo davvero. Però non esistono figure laterali. I giocatori che racconto sono i nostri miti. Masinga ci ha insegnato che i gol non si contano: si pesano. Ingesson era l’armadio svedese prima dell’Ikea, uno che se lo chiamavi a casa ti rispondeva pure. Guerrero magari sul campo ha fatto poco, ma ci ha lasciato un immaginario: il trenino di Selvaggi, noi ragazzini sui campetti polverosi a imitarlo. Non so se Bari si innamori più facilmente degli incompiuti. So però che qui di vincenti ne sono passati pochi e che la città subisce tremendamente il fascino delle belle storie».

Lei scrive che «non poter sognare è quanto di più frustrante ci possa essere nello sport». È una frase che sembra parlare anche della vita adulta di oggi: lavori precari, province svuotate, gente che parte. Questo libro è anche un libro sulla fine delle possibilità?

«È anche per questo che il calcio ci piace così tanto: perché a volte ci porta dove la vita non riesce ad arrivare. Oggi tutto sembra più precario – lavori, relazioni, prospettive – e allora abbiamo bisogno di identificarci in un rito collettivo. Quando la fedeltà viene meno ovunque, la squadra del cuore diventa un appiglio. Però non credo che questo sia un libro sulla fine delle possibilità. Altrimenti non l’avrei chiuso con un racconto quasi fantascientifico. Il problema di questo Bari è averci tolto la possibilità di sognare. Se sai già che non puoi arrivare fino in fondo, come fai a sospendere l’incredulità?»

C’è una tenerezza molto maschile nel modo in cui racconta gli amici: gli abbracci allo stadio, i viaggi in treno, le notti passate insieme senza dirsi davvero le cose importanti. Secondo lei il calcio è stato, per molti uomini italiani, l’unico posto in cui concedersi emotività senza vergogna?

«Lo sarebbe, se non avessimo paura di raccontarlo. Se la mascolinità tossica non ci facesse sentire sbagliati quando ci commuoviamo per qualcosa considerata “stupida” come il calcio. Nel libro ci sono confessioni in treno, abbracci con sconosciuti, pianti di delusione. Ricordo ancora l’abbraccio più forte con il mio migliore amico: ce lo siamo dati dopo un gol del Bari, nonostante avessimo già condiviso matrimoni, figli, lutti. Forse perché quello stadio e quel momento erano la scusa migliore per dirsi: “Ti voglio bene”. Noi uomini siamo una categoria complicata, ma il calcio mi ha aiutato a capire meglio certe emozioni».

Antonio Cassano nel libro sembra quasi una figura pasoliniana: genio assoluto, figlio dei vicoli, amore irrisolto con la propria città. Se dovesse spiegare Cassano a qualcuno che non ama il calcio, da dove partirebbe?

«Da un ragazzo dei vicoli che grazie al pallone riesce a salvarsi. Uno che in una notte diventa improvvisamente grande, ricco, famoso e bello. Cassano poteva essere il nostro tutto. Però era troppo forte per avere pazienza e troppo richiesto per restare. Quel giorno non abbiamo perso solo un calciatore: abbiamo perso un figlio di Bari. Antonio dice di essere di Genova e, in parte, lo capisco. Casa è dove trovi serenità, amore, famiglia. Forse è questo che rende Cassano una figura così affascinante: ha scelto di non tornare dove sarebbe stato re».

Alla fine del libro si ha la sensazione che lei non stia cercando di salvare il Bari, ma qualcosa di più personale: il ragazzo che era quando andava allo stadio con suo padre, gli amici, i panini sul treno, la possibilità stessa di emozionarsi. È così?

«Io non posso salvare il Bari. Né l’amore per il Bari. Chi cerca statistiche o aneddotica esasperata probabilmente resterà deluso. Chi invece cerca un libro pieno d’amore, amicizia ed emozioni forse troverà quello che cerca. Il ragazzo che andava allo stadio con suo padre e faceva le trasferte notturne con gli amici, in fondo, è già salvo. Il rischio vero è che si offuschi la memoria, che delle partite resti solo il risultato. Ma il calcio non è questo. È ricordarsi dove eravamo quando ci siamo innamorati, o chi eravamo in un momento difficile. Questo libro è un invito a cristallizzare gioie e delusioni. E soprattutto a fare caso a quando si è felici».

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