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Calenda: «Costruiamo l’Europa o diventiamo vassalli. Io nel campo largo? Mai» – L’INTERVISTA

Carlo Calenda non usa giri di parole: «O costruiamo l’Europa o diventiamo vassalli». Dalla politica estera al Mezzogiorno, fino al nodo industriale, il leader di Azione traccia una linea senza mediazioni. E sull’Ilva è netto: «O la nazionalizziamo o la chiudiamo». Ieri era in Puglia, a Giovinazzo, per presentare il suo libro Difendere la libertà. L’ora dell’Europa, insieme al sindaco Michele Sollecito.

Onorevole Calenda, nel suo libro parla di un’Europa smarrita, senza identità e incapace di difendersi.

«È il risultato di una politica che ha dato per scontato tutto quello che abbiamo. L’Europa è il posto dove si vive meglio al mondo, ma è debole perché non è indipendente né sul piano energetico né su quello della difesa. Dobbiamo cambiare rotta, oppure verremo semplicemente spazzati via».

In uno scenario internazionale sempre più instabile, anche alla luce delle tensioni tra Meloni e Trump, l’Europa ha ancora un ruolo centrale?

«Assolutamente sì. Se non costruiamo davvero l’Europa, Italia, Francia e Germania diventeranno vassalli di Stati Uniti, Cina e Russia. È il momento decisivo: o si fa l’Europa o si muore, per dirla con il Risorgimento. Se non lo facciamo, ci faranno a pezzi».

Arriva in Puglia in una fase di passaggio tra Emiliano e Decaro. Che regione ha trovato?

«È presto per giudicare. Posso dire però che ho incontrato centinaia di studenti tra Foggia e Bari: ragazzi preparati, seri, ma molto preoccupati. Quasi tutti pensano di dover andare via, spesso anche dall’Italia. Questo è il dato più impressionante».

Un bilancio sull’operato di Emiliano?

«La mia valutazione è pessima. Se fosse stato per Emiliano non avremmo il TAP, e l’Ilva sarebbe chiusa da anni. Ha costruito un sistema clientelare che ha funzionato elettoralmente, ma ha lasciato disfunzioni enormi e buchi nell’amministrazione. E temo che Decaro dovrà fare i conti con tutto questo».

Che giudizio dà sull’ipotesi di un suo ritorno in magistratura?

«È il solito tema delle porte girevoli. Questa contiguità tra politica e magistratura è quantomeno singolare. E poi il balletto tra incarichi e richieste di riconoscimenti è stato francamente indecoroso visto dall’esterno».

Tema Ilva: ha ancora senso tenerla aperta?

«A questo punto ci sono due sole opzioni: o la nazionalizziamo o la chiudiamo davvero. Chiudere significa mettere 15 miliardi in bonifiche. Nazionalizzare vuol dire tenere aperti gli altiforni, fare il piano industriale e gli investimenti ambientali. Il problema è che tutti vogliono chiuderla, ma nessuno vuole assumersi la responsabilità. È un continuo scaricabarile. E questo lo pagheremo tutti: l’Italia, la Puglia, l’industria».

Chi paga questo gioco?

«Tutti. Perché l’acciaio primario serve, soprattutto in una fase in cui bisogna investire anche in difesa. E paghiamo anche gli errori del passato, come lo stop al contratto con ArcelorMittal dopo l’eliminazione dello scudo penale».

Sul regionalismo differenziato: ha senso parlare di autonomia con un Paese già diviso?

«Ma figurarsi. In questo Paese bisognerebbe rinazionalizzare la sanità, altro che autonomia. Le regioni sono piene di buchi, il Sud vive una crisi sanitaria gravissima. Molte competenze dovrebbero tornare allo Stato, dall’acqua alla sanità».

La ZES estesa a tutto il territorio nazionale ha ancora senso?

«Il principio è giusto, ma se la estendi a tutta Italia non hai più le risorse. Diventa una misura vuota: se dai a tutti, alla fine non dai a nessuno».

Dopo il referendum perso dal governo e con un’opposizione divisa, siamo davanti a un vuoto di potere?

«Più che un vuoto di potere, c’è un vuoto di attività. Il potere se lo dividono tra livello nazionale e regionale. Il problema è che non si fa nulla».

Continuiamo a chiedere più Stato, ma la classe media si impoverisce.

«Il problema è che lo Stato fa troppe cose. Non fa bene quelle essenziali – sanità, sicurezza, scuola – e si disperde in mille attività. Serve concentrarsi sul core business».

Pressione fiscale troppo alta per chi produce?

«Sì, ma oggi il vero problema è il costo dell’energia. Per l’industria è quello il fattore decisivo: siamo a livelli del 30-40% superiori rispetto ad altri Paesi».

Gli incentivi alle imprese funzionano?

«Se sono ben calibrati sì. Ma se paghi più di quanto si spende, come col superbonus, è una follia che ha prodotto un buco da 200 miliardi».

Infine, il campo largo e il ruolo di Ruffini: è un progetto credibile?

«Mi sembra diventato un totocalcio. Il problema vero è che dentro ci sono forze antisviluppo e pro-sussidi, come Cinque Stelle e AVS. Io non ne ho mai fatto parte e non ne farei mai parte».

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