Categorie
Attualità Bari Cultura e Spettacoli

Bisceglie, Emanuele Trevi: «La letteratura nelle scuole va svecchiata» – L’INTERVISTA

Emanuele Trevi racconta che a scuola leggeva Philip K. Dick sotto il banco, mentre le lezioni scorrevano altrove. È da lì che parte il suo modo di stare nella letteratura, una pratica laterale, paziente, poco addomesticabile. Mia nonna e il conte nasce da questa postura: un racconto in cui la memoria familiare diventa materia narrativa. L’autore presenterà il libro venerdì 30 gennaio, alle 19, alle Vecchie Segherie di Bisceglie.

Lei è da anni in giro per l’Italia, tra festival, presentazioni, incontri con i lettori. È una dimensione che le piace o che le pesa?

«La letteratura oggi è diversa dalla musica: i libri esistono ancora, non sono stati cancellati dallo streaming come è successo ai dischi. Però si è affermata una tendenza molto forte: la presenza fisica dello scrittore è diventata centrale. Io l’ho avvertita fin dall’inizio del mio lavoro, anche perché lavoro molto in teatro. Negli anni ho visto nascere festival ovunque, e soprattutto durante il Covid, appena si apriva uno spiraglio, anche con mille limitazioni, era sempre tutto pieno. Evidentemente c’è un bisogno reale di incontrarsi. Per me è un’esperienza molto gratificante. Sono sempre in giro, lavoro bene in treno e in albergo, e questo rende possibile questo tipo di vita».

Il fatto di non avere una famiglia la aiuta?

«Esistono tanti modi di conciliare le cose. Conosco colleghi che concentrano il lavoro in certi periodi, nei weekend, e hanno famiglie molto equilibrate. Io non ho una famiglia nel senso tradizionale, ma ho moltissime famiglie: gli amici, le relazioni. La mia vita è fatta così. In fondo la vita è un intreccio di casi, di treni che si prendono e di treni che si perdono. Io ho sempre avuto l’idea di consacrarmi molto alla letteratura, anche perché sono lento a leggere e a scrivere. Tutta la mia vita ruota attorno a questo».

Non è mai stato un rimpianto?

«No. Sono stato molto fortunato. Gli affetti sono stati e sono molto importanti per me. Non ho mai pensato di rinunciarvi. Semplicemente non li ho mai voluti irrigidire in una forma definitiva».

Veniamo al libro. In «Mia nonna e il Conte» sua nonna appare come una figura quasi mitica, una sorta di dea domestica. Scriverne è stato un gesto autobiografico o qualcosa di più grande?

«Io non ho una grande facoltà di immaginazione. I miei libri corrispondono quasi al cento per cento a ciò che ricordo, ma questo non significa che siano “veri” in senso banale. Io attingo alla memoria, ma la memoria non è una banca dati: apre finestre. Ci si ricorda qualcosa in modo intenso perché in quel momento è importante per noi. Il punto da cui guardiamo il passato non è mai neutrale. In questo senso il passato lo costruiamo anche. Ma non è una difficoltà: sono appuntamenti. Arrivano nel momento giusto della tua vita».

Lei scrive che le storie di famiglia non sono né vere né false. Quanto conta accettare questa zona ambigua tra memoria e invenzione?

«Le storie di famiglia vengono assorbite dall’immaginazione dei bambini e si deformano. Arrivano già strampalate. Nel mio libro, per esempio, manca un elemento fondamentale: non si sa se discendiamo da un brigante o da un medico filantropo. Questo buco narrativo è tipico delle storie di famiglia. Un romanziere lo colmerebbe. Qui no. Per questo non è un romanzo: è una storia di famiglia. È un genere che andrebbe studiato di più, perché chiunque ne possiede una, anche minima. E dentro quelle storie c’è sempre un mondo».

Il giardino di sua nonna è il luogo in cui tutto torna e resiste al tempo. È una metafora dello spazio letterario?

«È il luogo in cui sono diventato scrittore. Avrei potuto diventarlo altrove, certo, ma è lì che è successo. È lì che si è formata la mia relazione con la memoria e con la scrittura».

Oggi è ancora possibile una formazione letteraria così lenta e radicata?

«Sì, perché i giovani scrittori esistono. Evidentemente riescono a ritagliarsi degli spazi di solitudine, che io immagino come delle tende. La lettura crea sempre un diaframma tra te e gli altri. È una cosa che gli altri vivono spesso come un’aggressione, perché leggere significa sottrarsi. Ma è una necessità vitale per chi scrive».

Nel libro sono soprattutto le donne a portare avanti la storia. È una scelta narrativa?

«È una constatazione. Nelle famiglie meridionali è così. Ma più in generale credo che, se pensiamo che l’esistenza della specie conti più di quella del singolo individuo, allora l’elemento femminile è centrale. Noi maschi siamo dentro queste stirpi come funzioni riproduttive. Si trasmette il cognome, certo, ma nella realtà che conosco io vedo una successione di matrone».

Lei difende una memoria viva, non museale. L’intelligenza artificiale, che è una gigantesca macchina di memoria, la mette in crisi?

«L’intelligenza artificiale è memoria uniforme, sempre disponibile. Ma non può imitare l’insorgenza di un ricordo. Noi capiamo l’importanza delle cose solo dopo. Questo non è programmabile. Mi spaventa però l’IA per le sue conseguenze politiche: chi controlla queste tecnologie sono persone potenti che agiscono solo in base al profitto, senza preoccuparsi dell’impatto umano».

Secondo lei c’è potere senza avidità?

«Il punto è se l’asse delle cose umane è il profitto o il bene comune. Quando tutto ruota attorno al profitto, si produce una lesione morale dell’organismo umano. Quello che vediamo oggi in certe figure politiche è il risultato di questa deformazione. Prendi Donald Trump: è una specie di feroce pagliaccio, la sintesi visibile di migliaia di piccoli malvagi».

Il Meridiano di Philip K. Dick che lei ha curato ha avuto un grande successo. Se l’aspettava?

«No. Dick era amato dagli scrittori, ma non aveva un pubblico così vasto. Mondadori ha creduto nel progetto, e aveva ragione. Per me è stato anche un fatto personale: io leggevo Dick sotto il banco a scuola. Oggi curarlo in un Meridiano è una specie di risarcimento simbolico».

Non pensa che oggi la scuola dovrebbe svecchiare la letteratura che propone?

«Assolutamente sì. Il vero problema è l’analfabetismo di ritorno. Bisogna far leggere libri belli, che diano piacere. I manuali polverosi, le imposizioni pedanti, allontanano i giovani. Una buona traduzione dell’Isola del tesoro è più efficace di un classico ottocentesco illeggibile. Il piacere del testo è la chiave».

Sta già lavorando a qualcosa di nuovo?

«Sì. Sempre ritratti di persone reali. Le cose si costruiscono lentamente. Non so mai dove portano, ma parto sempre da una storia che mi appartiene».

Lascia un commento Annulla risposta

Exit mobile version