Domenica 8 novembre “Il Vaso di Pandora” compie dodici anni. Fondata nel 2014 da Severina Bergamo, l’associazione socio-culturale è diventata una rete di imprese e volontari che sostiene le persone fragili. Dopo tante iniziative, l’anniversario guarda avanti: oggi il progetto più ambizioso riguarda quattro monolocali destinati alle ragazze che, raggiunta la maggiore età, devono lasciare una casa famiglia di Bari. Bergamo, Cavaliere al merito della Repubblica e cittadina onoraria di Carmiano, racconta iniziative e limiti del welfare.
Il suo impegno comincia da bambina, quando con sua madre portava la spesa alle famiglie povere di Carmiano. Come è nato il Vaso di Pandora?
«La mamma mi ripeteva un vecchio proverbio, chi mangia da solo soffoca. Mi ha insegnato a pensare sempre all’altro. Da adulta organizzavo raccolte di alimenti e farmaci e volevo impegnarmi anche oltre il lavoro. Mi suggerirono di fondare un’associazione che nacque nel novembre 2014. Nell’aprile successivo ho organizzato un pranzo di Pasqua per quattrocento senzatetto alla Fiera del Levante. Mi sono bastate otto telefonate mirate perché conoscevo diverse aziende attraverso il mio lavoro nei centri per l’impiego. Siciliani ci ha fornito la carne, Divella la pasta, Vito Ladisa quattrocento sedie e quaranta tavoli, in parte noleggiati a sue spese. La rete delle aziende amiche si è costruita sulla stima, sull’onestà, sulla trasparenza. E sul saper dire grazie pubblicamente a chi dona. Ma spesso chi ha meno è più generoso di chi possiede tanto. E persino trovare qualcuno disposto ad aiutare nello scarico e nella distribuzione degli alimenti è difficile».
Nel dicembre scorso avete rifornito trentaquattro centri Caritas pugliesi. Come sta cambiando la povertà e quanto il volontariato supplisce alle istituzioni?
«Le famiglie in difficoltà sono aumentate. Ho sempre privilegiato quelle con molti figli, ma ci sono persone che non chiedono aiuto per vergogna. Sono cadute in disgrazia e restano a casa, nella loro sofferenza. Le Caritas chiamano tutto l’anno, persino da Roma. Se manca pasta o altro, contatto le aziende e spesso i camion partono direttamente per le strutture che ne hanno bisogno. Di interventi pubblici, sinceramente, ne vedo ben pochi. Durante la pandemia abbiamo intensificato le distribuzioni, portando la spesa a domicilio a persone sole o con disabilità. Io stessa giravo in macchina per consegnare migliaia di mascherine alle Caritas. Spesso tocca al volontariato colmare le lacune».
Per le bambine delle case famiglia avete inventato «Uno svago al mese». Ora pensate anche a chi compie diciotto anni. In che modo?
«La solidarietà va vissuta nella quotidianità. Quelle bambine vanno a scuola e poi rientrano in comunità. Ho voluto donare loro il cinema, il bowling, i cavalli, una gita in barca a vela, il mare. Quest’estate l’ingegnere Filippo Catalano, socio del Vaso di Pandora, ha offerto due settimane di vacanza a Peschici. A lui ho raccontato un’altra necessità. Quando queste ragazze compiono diciotto anni, alcune non hanno una famiglia a cui tornare né i mezzi per pagare un affitto. Ne ho parlato anche con Riccardo Greco, presidente del Tribunale per i minorenni, che mi ha confermato la mancanza di strutture adeguate. Catalano si è impegnato a finanziare quattro monolocali nel giardino di una casa famiglia, dove oggi c’è un rudere. Il progetto è stato fatto, siamo nella fase preparatoria. Gli alloggi arredati saranno usati a rotazione. Non è un posto dove restare senza fare nulla, è previsto un percorso di studio, lavoro e volontariato, per accompagnarle verso l’autonomia».
Con l’Accademia di Belle Arti di Bari avete avviato «Inchiostri di Libertà», laboratorio di serigrafia nel carcere minorile Fornelli. Che cosa ha visto in quei ragazzi?
«Da una parte mi facevano tenerezza, dall’altra vedevo quanto si impegnavano. Erano curiosi, contenti di stampare una maglietta con il proprio disegno. Alcuni, pur essendo giovanissimi, hanno già figli e hanno portato le loro immagini familiari per stamparle. Il laboratorio è iniziato a marzo ed è terminato di recente. Con il direttore contiamo di riprenderlo l’anno prossimo. Dopo questa esperienza, ho proposto una visita all’Accademia per tre ragazzi, il giudice ha autorizzato soltanto uno di loro. Lo abbiamo accompagnato con due educatori a Mola, poi a pranzo e a prendere un gelato. Era felicissimo, diceva che gli avevamo regalato una giornata di libertà, che aveva visto il sole direttamente in faccia. Quanto agli sbocchi professionali, questo è davvero un tema urgente, a cui però non so dare una risposta».
Nei centri per l’impiego ha aiutato oltre centocinquanta disoccupati a trovare lavoro. Che cosa serve per passare dall’assistenza all’autonomia?
«Il lavoro dà dignità. Ad Adelfia seguivo trenta lavoratori espulsi dalle ex Cliniche Riunite e li ho ricollocati tutti. Mi mettevo in ferie, li accompagnavo nelle aziende con la mia auto, a mie spese. Le assunzioni erano a tempo indeterminato. Allora la Regione prevedeva sgravi fiscali per le imprese che assumevano queste persone e devo dire che ha funzionato. Ma bisogna andare nelle aziende, chiedere quali figure professionali servono, fare davvero incontrare domanda e offerta e io non aspettavo seduta dietro una scrivania. Le istituzioni potrebbero fare tanto, soprattutto per i giovani, ma secondo me manca la volontà politica. Anche i centri per l’impiego devono diventare più dinamici. Stando fermi ad aspettare non si ottengono risultati».
