Un obiettivo centrato al cento per cento, quello assegnato dalla direzione della struttura sanitaria complessa «Policlinico-Giovanni XXIII» di Bari, al primario di cardiochirurgia infantile, Gabriele Scalzo. La missione assegnata era quella della formazione dei perfusionisti. Il risultato ufficiale parla di target raggiunto integralmente. Ma dietro quella percentuale perfetta si nasconde una realtà ben diversa. Perché l’attività formativa non sarebbe mai partita. Il reparto di cardiochirurgia infantile del «Giovanni XXIII» è stato chiuso dall’autunno 2022, con l’attività operatoria sospesa.
E la formazione dei perfusionisti, figure altamente specializzate che gestiscono la circolazione extracorporea durante gli interventi a cuore aperto, non è un corso teorico da aula magna. È pratica clinica, è sala operatoria, è esperienza diretta accanto al tavolo chirurgico. In assenza di interventi, quell’addestramento «sul campo» non poteva essere svolto. E così, l’unico obiettivo assegnato si sarebbe tradotto nella redazione di un piano formativo, un documento programmatico rimasto nei cassetti della struttura sanitaria. Un progetto scritto, formalmente ineccepibile, ma privo della sua naturale applicazione.
La questione solleva interrogativi non marginali dal punto di vista utilitaristico e di ricaduta diretta e indiretta sulla sanità regionale. Come può dirsi compiuta al 100 per cento con una formazione che non ha avuto luogo nella sua dimensione pratica? È sufficiente predisporre un piano per certificare il raggiungimento di un solo obiettivo strategico e per altro parziale per ratio? E, soprattutto, chi ha validato quel risultato e con quali criteri? Il nodo diventa ancora più delicato se si considera il profilo economico della vicenda. Il costo aziendale di un primario si aggira attorno ai 110 mila euro l’anno. In questo caso, al netto di alcune limitate attività ambulatoriali, la spesa sostenuta dalla sanità pugliese per la guida della cardiochirurgia infantile si sarebbe tradotta, di fatto, nella produzione di un progetto formativo mai attuato.
Non si tratta di mettere in discussione competenze professionali o percorsi individuali, ma di interrogarsi sull’efficienza del sistema. In un settore sensibile come quello della cardiochirurgia pediatrica, ogni scelta organizzativa ha un impatto diretto sui piccoli pazienti e sulle loro famiglie. La chiusura dell’attività operatoria ha già comportato trasferimenti, disagi, mobilità sanitaria verso altre regioni. Se, anche, la formazione interna si arena, il rischio è quello di un progressivo depauperamento di competenze. Addetti ai lavori parlano di una situazione bloccata da criticità strutturali e carenze di personale, che avrebbero reso impossibile la riapertura delle sale operatorie. In questo contesto, l’assegnazione di un unico obiettivo legato alla formazione pratica appare, quantomeno, contraddittoria. Resta il dato formale, ovvero: l’obiettivo raggiunto e la valutazione positiva.
Ma la distanza tra documento e realtà operativa alimenta perplessità. La sanità pubblica, soprattutto, in ambiti ad alta complessità, non può vivere di carte protocollate. Ha bisogno di attività clinica concreta, di équipe in azione, di percorsi realmente attivati. Occorrerà adesso chiarire responsabilità e procedure cercando di caspire chi ha stabilito gli obiettivi e perché. Così come chi ne ha certificato il raggiungimento e su quali basi razionali e di ricaduta sul sistema. Da più parti si chiede quali sono i tempi per restituire alla cardiochirurgia infantile barese non solo un piano sulla scrivania, ma un reparto pienamente funzionante?