Proseguendo la serie di interviste sui luoghi dell’arte a Bari, a partire dalla Pinacoteca della Città Metropolitana, e in generale sulla valorizzazione degli artisti del Novecento pugliese, parla oggi Vito Leccese, sindaco di Bari.
Sindaco, che idea di museo ha in mente per la Pinacoteca?
«La Pinacoteca Giaquinto è un’istituzione che richiede visione e responsabilità, non rimpianto. Un museo vive se sa interrogare il proprio tempo e se riesce a restare fedele alla sua missione senza smettere di evolvere. Il patrimonio non è un oggetto da contemplare passivamente. Governare un museo significa riconoscere che la sua funzione non è celebrare ciò che è stato, ma rendere il passato disponibile, comprensibile, capace di parlare al presente e di generare futuro».
Che situazione avete trovato quando avete assunto la responsabilità della Città Metropolitana?
«La condizione della Pinacoteca parlava con chiarezza. L’ultimo intervento strutturale risaliva agli anni Sessanta e da allora non era stato avviato alcun progetto complessivo capace di tenere insieme conservazione, studio, accessibilità e relazione con la città. Negli anni erano mancati anche interventi essenziali: un impianto di illuminazione e di videosorveglianza adeguato alle normative vigenti, un sistema di climatizzazione efficiente, lavori ai lucernai per evitare infiltrazioni d’acqua causate dalle forti piogge. Non era più il tempo dei rinvii».
Quali iniziative avete avviato in concreto?
«Abbiamo predisposto e candidato a finanziamento un progetto capace innanzitutto di rendere le sale espositive accoglienti, risolvendo problemi strutturali di lungo corso. Ma allo stesso tempo abbiamo voluto guardare al futuro, immaginando una Pinacoteca che si apra ai visitatori anche nei suoi spazi meno visibili e che sappia raccontare non solo le opere, ma anche i processi che le custodiscono».
Chi è già intervenuto nei giorni scorsi ha richiamato l’importanza dei depositi della Pinacoteca. Come avete intenzione di rivalutarli?
«I depositi custodiscono un patrimonio vastissimo e in larga parte sconosciuto che oltrepassa le 2000 opere. Vogliamo rendere questi spazi visitabili perché le opere esistono per essere viste, comprese, studiate. Allo stesso modo, abbiamo concepito un laboratorio di restauro non come uno spazio separato, ma come parte integrante del racconto museale. È un luogo leggibile, dove il lavoro paziente di restauratrici e restauratori restituisce alle opere il loro splendore sotto lo sguardo curioso dei visitatori. Da qui prende forma l’idea del museo verticale, di una Pinacoteca che si sviluppa lungo tutto il suo edificio e invita il pubblico a entrare nei processi della conservazione e della conoscenza».
Quali sono gli altri interventi che avete previsto?
«Oltre alla possibilità di visitare i depositi, il nuovo corso riguarda anche la valorizzazione della Torre dell’Orologio, la riqualificazione del terzo piano come spazio di accoglienza e nuove sale espositive, la creazione di nuovi ambienti museali in connessione con la Sala Colonnato. Sono parti di un progetto che ricompone il rapporto tra la Pinacoteca, il Palazzo che la ospita e la città metropolitana».
A questo proposito, come far conoscere il patrimonio artistico della Pinacoteca a tutta l’area metropolitana e anche oltre?
«Stiamo già realizzando un museo diffuso metropolitano portando le opere fuori dai depositi e mettendole in dialogo con i territori e con altre istituzioni museali. Le esperienze di Conversano, con le mostre temporanee al Castello basate su prestiti delle nostre opere, o di Santeramo, dove è nata la Pinacoteca «Francesco Netti», vanno in questa direzione. Queste iniziative hanno consentito un duplice risultato: liberare i depositi e valorizzare l’arte e la bellezza nel territorio metropolitano. A questo si affiancano le collaborazioni con istituzioni museali nazionali e internazionali, basate anche sullo scambio di opere, che hanno reso la Pinacoteca un interlocutore autorevole. Ospitiamo, per la prima volta a Bari, Westminster (1878) di Giuseppe De Nittis, grazie al dialogo con la città di Novara».
Come mettere in relazione la Pinacoteca con gli altri luoghi dell’arte a Bari?
«La Pinacoteca deve dialogare con il sistema museale cittadino e con il progetto del Polo Contemporaneo delle Arti, che connette l’ex Mercato Ittico, il Teatro Margherita e lo Spazio Murat offrendo un’idea di città che riconosce nella cultura una infrastruttura essenziale, capace di produrre pensiero oltre che attrattività».
In precedenti interviste è anche emersa la richiesta di valorizzare gli artisti del Novecento barese e pugliese.
«È un passaggio decisivo la riscoperta di artisti rimasti per troppo tempo – e ingiustamente – nascosti, come Raffaele Spizzico. Riportarli al centro del racconto museale significa riconoscere che ogni patrimonio è sempre il risultato di scelte, e che quelle scelte possono essere rilette con onestà e rigore. Abbiamo voluto esporre il presepe di Spizzico nella Sala Colonnato durante il periodo natalizio con l’intento di restituirlo alla comunità, ora gli dedicheremo uno dei nuovi spazi espositivi che stiamo creando nell’ottica del museo verticale».
Infine, può aggiornarci sui numeri dei visitatori e sul tipo di pubblico che frequenta oggi la Pinacoteca?
«I numeri restituiscono un segnale incoraggiante: 23 mila visitatori annui sono un risultato importante. Ma ciò che conta di più è la qualità della relazione costruita. Oggi la Pinacoteca è frequentata con continuità da famiglie, scuole, bambini. I laboratori didattici, gli spazi pensati per l’infanzia, la nascita di un centro educativo stabile hanno trasformato il museo in un luogo di esperienza quotidiana. È qui che la cultura esercita la sua funzione più alta: creare familiarità con la bellezza e costruire cittadinanza».