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Bari, l’architetto Cavallera: «La città vive una trasformazione crescente. È tempo che il cambiamento sia orientato» – L’INTERVISTA

La città come stratificazione, come intreccio di tempi, linguaggi e forme che si sovrappongono senza sempre dialogare. Inaugura mercoledì 8 aprile alle 18 allo Spazio Murat la mostra Layers. Architettura moderna e contemporanea a Bari, progetto fotografico firmato dall’architetto e fotografo Nicola Cavallera e promosso da Barium Aps. Trentotto immagini, ritraenti gli edifici individuati dalla recente variazione del Piano Regolatore Generale del Comune (n. 11/2026), che provano a restituire una lettura analitica del paesaggio urbano, mettendo a fuoco le tensioni tra memoria, crescita e trasformazione che attraversano Bari.

«Layers» propone una lettura della città come stratificazione continua: in che modo la fotografia riesce a rendere visibile questa complessità, evitando una rappresentazione puramente estetica?

«La mostra, come anche Barium, lavora su un’impostazione di matrice tassonomica. Gli edifici sono decontestualizzati dal loro spazio fisico di appartenenza e concorrono alla definizione di un mosaico che restituisce la complessità del palinsesto urbano di Bari. Questo approccio ha una genealogia precisa: i Becher lo codificano negli anni ’60, fotografando le tipologie dell’architettura industriale. Ma “Layers” lo applica a un tessuto urbano mediterraneo, più caotico, meno seriale, più contraddittorio. Bari ha una stratificazione particolarmente densa e disomogenea: città vecchia, borgo murattiano, espansioni novecentesche, dopoguerra, periferie. Strati che non sempre dialogano, spesso si ignorano o si sovrappongono».

Bari sembra oscillare tra ambizione progettuale e difficoltà di compimento: questo elemento emerge anche nel patrimonio moderno e contemporaneo?

«Un’architettura storica ha già metabolizzato la propria storia, il tempo ha chiuso il divario tra progetto e realizzazione. Il moderno no. È più complesso riconoscere il valore e la qualità di un’architettura contemporanea rispetto a una entrata nell’immaginario comune. È vero anche che le architetture selezionate possono essere considerate come “best practices” dell’architettura barese, e ci tengo a precisare che la selezione realizzata da Barium conta oltre il doppio delle architetture inserite nella delibera. L’intento di questa mostra, in linea anche con i principi della Legge regionale 14 del 2008, punta soprattutto ad avvicinare la comunità cittadina a un patrimonio ancora fortemente misconosciuto».

Nel Novecento l’architetto era anche un intellettuale capace di immaginare la città: oggi questa funzione è ancora possibile o è necessario ripensarne il ruolo?

«La figura dell’architetto è imprescindibile nei processi trasformativi delle città. È una figura sospesa tra passato, presente e futuro: il progetto deve rileggere il passato e confrontarsi con esso nel presente, per proiettarlo nel futuro. Le condizioni però sono cambiate. Oggi le città contemporanee sono sistemi troppo complessi e attraversati da forze economiche globali per essere governati da una visione singola. Occorre quindi ripensare la centralità del ruolo dell’architetto nel dibattito pubblico. In questo senso la fotografia diventa uno strumento prezioso di analisi e documentazione, capace di costruire una lettura della città e proporla come contributo al confronto collettivo».

Bari sembra avere energie diffuse ma non sempre coordinate: quanto incide la qualità degli spazi pubblici nel trasformarle in un sistema culturale riconoscibile?

«La fotografia può contribuire alla costruzione di una coscienza urbana condivisa in un modo che altri strumenti non riescono a fare con la stessa immediatezza: rendere visibile la città a sé stessa. Gli spazi pubblici a vocazione culturale hanno un’importanza strategica nei processi evolutivi della città. Non sono solo contenitori di eventi, ma dispositivi relazionali che favoriscono l’incontro, lo scambio di iniziative e la costruzione di reti. Per questo richiedono una progettazione di qualità, flessibile e in continuità con il contesto. Non è sufficiente che esistano: devono essere ben progettati».

Oggi, in una Bari che continua a crescere e trasformarsi, qual è il rischio maggiore: perdere memoria della propria storia urbana oppure rinunciare a una visione del futuro?

«Avere una visione forte del futuro non deve necessariamente produrre una negazione del passato. Gli strumenti di tutela non dovrebbero essere mirati solo a una cristallizzazione dei luoghi, ma considerati come mezzi al servizio dei processi di trasformazione della città. La stratificazione non è solo un fatto spontaneo, ma può diventare una scelta progettuale. Riconoscere il valore degli edifici non esclude la possibilità di collocarli al centro di processi evolutivi coerenti con le esigenze contemporanee».

Alla luce delle criticità contemporanee – dal rapporto tra centro e periferie alla pressione immobiliare – quali sono oggi le priorità non più rinviabili per l’architettura barese?

«Costruire luoghi a misura d’uomo, partendo dal basso. Alcuni sforzi del Comune negli ultimi anni vanno in questa direzione. Rafforzare il sistema di mobilità pubblica, arricchire la città di verde, puntare sulla qualità dello spazio urbano sono azioni che concorrono a costruire una città più inclusiva e proiettata nel futuro. L’applicazione della Legge regionale 14 rappresenta una priorità urgente. Bari vive oggi un forte dinamismo, accompagnato da una crescente pressione trasformativa: serve uno strumento capace di orientare e governare questi processi, offrendo un quadro chiaro senza mettere a rischio la continuità e l’identità dei suoi caratteri distintivi».

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