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Bari Cultura e Spettacoli

Bari, Darlington dirige Strauss e Stravinskij: al Petruzzelli una serata sinfonica tra mito e ritmo

Al Petruzzelli la Stagione Sinfonica e Cameristica mette in scena una piccola cosmogonia: oggi, alle 20.30, l’Orchestra del Teatro attraversa tre pagine che parlano, ciascuna a modo suo, di nascita e di trasformazione.

Sul podio Jonathan Darlington, direttore apprezzato per interpretazioni potenti e per l’abilità di costruire programmi dal forte impatto drammaturgico: dal 2022 è direttore principale dei Nürnberger Symphoniker; per quasi vent’anni è stato direttore musicale della Vancouver Opera e, dal 2002 al 2011, ha guidato i Duisburger Philharmoniker, esplorando un repertorio vasto. Nel suo curriculum figurano podi come Vienna, Bbc Symphony e Orchestre de Paris, fra big.

Il corno come impronta

Si parte con il Concerto n. 1 in Mi bemolle maggiore per corno e orchestra op. 11 di Richard Strauss, scritto a diciotto anni e legato alla figura del padre Franz, virtuoso e primo corno a Monaco. L’opera si apre con una fanfara che il musicologo Norman Del Mar ha definito Naturmotiv: non semplice tema, ma segno di natura che ritorna come cornice e come motore.

L’Allegro iniziale dialoga con i legni e sfugge alla rigida forma-sonata; l’Andante si fa notturno elegiaco; nel Rondò la fanfara rientra mutata ritmicamente, con un baldanzoso 6/8 che rimette in moto la «caccia» del corno. Il solista è Emanuele Urso, nato a Conversano e formatosi tra Monopoli, Tel Aviv e corsi di perfezionamento internazionali: un curriculum di prime parti che tocca grandi orchestre e teatri, fino all’attuale ruolo di primo corno solista alla Scala.

Oltre il rito

Il secondo quadro è Also sprach Zarathustra op. 30 (1896): Strauss guarda a Nietzsche non per fare musica filosofica, ma per suggerire l’evoluzione dell’umanità. L’incipit, reso iconico anche dal cinema, non è solo pittura dell’alba: è la genesi del suono e la dichiarazione di un conflitto fra Natura e Spirito che si chiude senza pacificazione, in un finale sospeso.

Il salto nel Novecento arriva con Le sacre du Printemps di Stravinskij, quadri della Russia pagana in due parti, dall’Adorazione della Terra al Sacrificio: ritmo, timbro e violenza primaverile come energia collettiva, nata da una visione di rito e dalla collaborazione con Nikolaj Roerich. In mezzo, il pubblico riconoscerà un itinerario netto: dal richiamo naturale dello strumento solista all’esplosione orchestrale, fino alla macchina ritmica che fa del corpo il vero protagonista. Le note di sala firmano il filo che unisce i brani: la fanfara come impronta timbrica, l’alba di Zarathustra come mito moderno e il Sacre come ritorno a un primitivo reinventato. Darlington ha il compito di tenere insieme monumentalità e precisione, evitando che la grandezza sonora diventi pura massa.

La sensazione che resta è quella di un’origine del suono continuamente cercata e mai posseduta: la natura evocata dal corno di Strauss, l’alba metafisica di Zarathustra, la violenza rituale del Sacre. Tre modi diversi di interrogare la stessa domanda: da dove nasce la musica quando smette di essere forma e diventa necessità. È lì, in quel punto instabile tra ordine e impulso, che un’orchestra smette di essere istituzione e torna a essere corpo sonoro.

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