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Bari, Clara Gelao: «La Pinacoteca deve diventare per intero un Palazzo dell’Arte» – L’INTERVISTA

Per quasi trent’anni Clara Gelao ha guidato la Pinacoteca di Bari, attraversandone stagioni diverse, progetti ambiziosi e nodi mai sciolti. Oggi, da osservatrice attenta e voce autorevole della museologia pugliese, ripercorre scelte, errori e potenzialità inespresse dell’istituzione, indicando una strada possibile per restituirle centralità e respiro.

Direttrice, partiamo dalla figura di Pina Belli D’Elia, che la precedette per tanti anni nel suo stesso incarico.

«Pina Belli D’Elia era una donna dal carattere fortissimo e difendeva la Pinacoteca con tutte le sue forze, come ha ricordato anche Gianvito Mastroleo nella sua intervista. Soprattutto all’inizio seguivo la sua strada, prima di trovare una linea autonoma durante la mia direzione. Fu lei che iniziò a mettere in dialogo opere d’arte di epoche diverse, puntando sullo stupore dell’accostamento, che, sosteneva, può essere stimolante soprattutto per i giovani, e infatti è una pratica diffusa oggi in molti musei internazionali.

«Successivamente mi accorsi che alcuni lavori contemporanei non avevano una qualità tale da sostenere il confronto con i capolavori di arte antica che sono presenti in Pinacoteca, con il rischio di abbassare il livello, ad esempio, di un Giovanni Bellini o di un Bartolomeo Vivarini, che abbiamo a Bari. Un museo non deve solo stupire, deve anche educare lo sguardo, insegnare a riconoscere la qualità. Ma la sua idea, in sé, non era sbagliata, come tante sue intuizioni. Mi insegnò moltissimo e a lei ho fatto intitolare la prima sala della Pinacoteca».

Lei ha diretto la Pinacoteca dal 1991 al 2018. Che idea di museo ha cercato di costruire?

«Un museo aperto, rigoroso e capace di parlare con il presente senza perdere autorevolezza. Ho una formazione specifica in storia dell’arte e museologia, e questo ha orientato ogni scelta. Abbiamo realizzato mostre di arte contemporanea e fotografia di alto profilo, coinvolgendo artisti e autori riconosciuti, producendo cataloghi solidi e trovando risorse esterne. Era una Pinacoteca che voleva stare nel dibattito culturale nazionale, senza snaturarsi».

Uno dei nodi storici è quello degli spazi. Quanto pesa oggi questa carenza?

«Pesa enormemente. I circa 2000 metri quadrati attuali del quarto piano del Palazzo della Provincia sono insufficienti. Da decenni si parla della possibilità di destinare l’intero edificio a “Palazzo dell’Arte”, ma non si è mai fatto il salto decisivo. Eppure sarebbe la soluzione più logica per rendere visibili le tante opere oggi nei depositi. Ciò consentirebbe di costruire un racconto continuo dell’arte dal Medioevo alla metà del Novecento barese e, più in generale, pugliese, perché ci sono stati tanti artisti anche nel foggiano, nel leccese e, se fossero dimenticati, rischieremmo di fare una riflessione molto provinciale».

Durante il suo secondo mandato l’allora sindaco Antonio Decaro parlò di una sezione dell’ex Mercato del pesce da destinare a galleria espositiva. Perché quel progetto si arenò?

«Perché gli spazi non erano pronti, non erano ancora terminati i restauri. Era impossibile pensare a un allestimento coerente in quelle condizioni. Io avevo proposto di valorizzare anche artisti dimenticati, come Filippo Cifariello, di origini molfettesi, che secondo me è stato uno dei più grandi scultori fra Otto e Novecento, ma senza una visione strutturale gli interventi restano episodici».

Dopo il suo pensionamento, la Pinacoteca non ha più avuto un direttore con un profilo specialistico come era il suo o di Pina Belli D’Elia.

«È uno dei problemi più gravi. Il profilo del direttore è stato svuotato dei requisiti scientifici: non è più necessario essere storici dell’arte o museologi. Le nomine sono ricadute su figure interne, spesso con formazione giuridica. Oggi la valorizzazione del patrimonio è affidata alla politica. Ma un museo ha bisogno di una guida scientifica forte, che sia anche capace di fare management culturale».

Qual è, allora, la sua proposta per il futuro della Pinacoteca?

«Servono tre cose. Primo: una riforma normativa che consenta a uno storico dell’arte qualificato di dirigere la Pinacoteca. Secondo: l’espansione degli spazi, occupando l’intero Palazzo della Provincia e spostando gli uffici altrove. Terzo: una distinzione chiara tra collezione storica e contemporaneo. La Pinacoteca potrebbe raccontare in modo completo la storia dell’arte dal Medioevo al 1950, mentre una Galleria d’Arte Contemporanea potrebbe trovare sede in un altro luogo, come la Caserma Rossani».

Lei continua a sentirsi parte di questa storia?

«Assolutamente sì. Ho dedicato la mia vita alla valorizzazione dell’arte pugliese e continuo a farlo anche scrivendo, collaborando con testate e riflettendo pubblicamente su questi temi. La Pinacoteca di Bari ha potenzialità enormi. Serve solo il coraggio di immaginarla, finalmente, per quello che potrebbe essere».

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