Oltre la metà dei reparti dell’Ospedale Pediatrico «Giovanni XXIII» di Bari è senza un primario titolare stabile. Una situazione che non è un errore di stampa, ma la realtà quotidiana. Neurologia, Malattie metaboliche e genetiche, Cardiologia, Chirurgia, Anestesia e Rianimazione, Ortopedia, Pediatria infettiva: reparti gestiti da reggenti provvisori, interim eterni e facenti funzioni.
Pensionamenti imminenti e trasferimenti rischiano di amplificare il vuoto dirigenziale, mentre inaugurazioni di sale rinnovate e salvataggi eroici offrono solo la speranza di quello che potrebbe venire. La mancanza di primari non è un dettaglio burocratico, ma evidenzia un problema di sicurezza e di qualità delle cure. Il primario è colui che decide in emergenza, coordina le équipe, definisce protocolli, risponde delle vite e attrae talenti. Senza di lui, le decisioni si rinviano, i reparti galleggiano e le famiglie potrebbero subire conseguenze con ulteriori attese, trasferimenti fuori regione.
Intanto, la narrazione istituzionale in generale tenta di mostrare un’immagine diversa della sanità attraverso piani straordinari per le liste d’attesa, telefonate a 16mila pazienti, comunicati ottimistici e promesse di reti rinnovate. I numeri reali, però, raccontano un’altra storia con un disavanzo sanitario di 132 milioni nel 2024 e stime intorno ai 250 milioni per il 2025, buchi accumulati in vent’anni, liste d’attesa «ridotte» solo sulla carta e reparti apicali scoperti da decenni. È il classico trucco del ritoccare la vetrina e nascondere la polvere sotto il tappeto. Il nuovo presidente della giunta regionale, Antonio Decaro, insediatosi a gennaio 2026, ha ereditato un sistema in crisi con buchi miliardari, sfiducia, mala gestione cronica.
Ha firmato il primo provvedimento sulle liste d’attesa, convocato vertici Asl e promesso cambiamenti. Ma il «Giovanni XXIII» non è un dettaglio: è il simbolo di una sanità che aspira all’eccellenza, ma inciampa sulla gestione interna. Lo scorporo dal Policlinico, legge approvata ma non ancora attuata, rischia di diventare l’ennesima promessa vuota, con medici in rivolta e l’ANAC che vigila.
Fra gli addetti ai lavori si parla della necessità di concorsi lampo per primari, assunzioni mirate, autonomia reale con risorse certe, stop ai commissariamenti interminabili. La responsabilità politica e sanitaria ricade su chi ha il potere di cambiare le cose ora, senza più proclami, ma con fatti. Il «Giovanni XXIII» deve essere un presidio di speranza, non un simbolo di precarietà.









