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Sanità a Bari, Vairo: «Al Giovanni XXIII non basta spostare un reparto per garantire l’eccellenza»

Il destino della cardiochirurgia pediatrica a Bari continua a far discutere e ad accendere il confronto tra annunci istituzionali e valutazioni tecnico-scientifiche. La chiusura del reparto all’ospedale pediatrico Giovanni XXIII, avvenuta nel 2022, e la prospettiva di rendere operativa una nuova struttura al Policlinico hanno riaperto una ferita ancora lontana dal rimarginarsi, soprattutto per le famiglie dei piccoli pazienti costrette spesso a cercare risposte fuori regione.

Sul tema interviene con parole misurate ma nette il dottor Ugo Vairo, figura storica della sanità barese, che per trent’anni ha lavorato all’«Ospedaletto» e che ha guidato la Società Italiana di Cardiologia Pediatrica. La sua analisi parte da un presupposto chiaro: «La cardiologia e la cardiochirurgia pediatrica non sono discipline che si improvvisano. Sono branche ultra specialistiche che richiedono anni di lavoro, grande esperienza condivisa e un’organizzazione tecnico-assistenziale di altissimo livello».

Secondo Vairo, l’idea di trasferire l’attività cardiochirurgica infantile dal Giovanni XXIII al Policlinico non può essere valutata solo in termini logistici. «I migliori centri italiani – ricorda – operano in ospedali pediatrici storici o in strutture generaliste che però hanno maturato competenze pluridecennali. Non è un caso se l’eccellenza si concentra in pochi poli nazionali». Il rischio, sottolinea, è quello di pensare che basti un cambio di sede per ricreare un sistema complesso che vive di routine consolidate, volumi di attività e lavoro di squadra.

A sostegno dell’ipotesi di una ripartenza al Policlinico è stato citato anche un primo intervento già eseguito. Ma l’ex primario invita a distinguere: «Si è trattato della legatura chirurgica di un dotto arterioso del prematuro, una procedura che normalmente viene eseguita direttamente in terapia intensiva neonatale. Non rappresenta, di per sé, la riattivazione di una cardiochirurgia pediatrica strutturata».

Il progresso scientifico, spiega Vairo, va peraltro in una direzione diversa. Oggi esistono tecniche interventistiche avanzate, come la chiusura percutanea del dotto arterioso nel prematuro, effettuata in pochissimi centri del mondo occidentale e con vantaggi significativi rispetto alla chirurgia tradizionale. «Recentemente – ricorda – proprio al Giovanni XXIII è stata eseguita con successo una di queste procedure su un neonato di 1,3 chilogrammi, trasferito in sicurezza dalla terapia intensiva neonatale di un altro ospedale e poi riportato in condizioni stabili».

Un risultato reso possibile da competenze altamente specialistiche e da tecnologie dedicate all’interventistica pediatrica. Un altro nodo cruciale riguarda le figure professionali, in particolare i cardioanestesisti pediatrici. «Ho lavorato con loro per oltre quindici anni – racconta Vairo – e parliamo di professionisti con un’esperienza enorme, estremamente scrupolosi e poco inclini a soluzioni estemporanee. È comprensibile che vi siano perplessità rispetto a uno spostamento in un contesto che non garantisce le stesse certezze operative». Sulla chiusura della cardiochirurgia pediatrica nel 2022, il medico ricorda che la motivazione ufficiale fu la carenza di personale.

Tuttavia, ammette che «i risultati chirurgici, sia in termini numerici che assistenziali, non erano paragonabili a quelli dei principali centri nazionali». Una riflessione che apre il tema della qualità delle cure e della necessità di valutazioni basate su dati e casistiche, non solo su esigenze organizzative. Infine, un passaggio delicato riguarda l’eventualità di un ritorno improvviso all’attività operatoria dopo anni di inattività. «In un ambito così delicato – conclude Vairo – la prudenza è d’obbligo. Personalmente, se mi fossi trovato in una situazione simile, avrei scelto un periodo di affiancamento in altri centri o una pausa formativa. La sicurezza dei bambini deve restare l’unico parametro di riferimento».

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