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“Bari, a love story”, Meli: «Fotografo la città che cambia lontano dagli stereotipi da cartolina» – L’INTERVISTA

La mostra è stata inaugurata ieri al Centro Polifunzionale Studenti dell’Università di Bari, nell’ex Palazzo delle Poste

“Bari, a love story”, Meli: «Fotografo la città che cambia lontano dagli stereotipi da cartolina» – L’INTERVISTA

Bari, senza cartoline. Piero Meli la fotografa nei muri, nei portoni, nelle ombre, nei dettagli che sfuggono a chi passa. È lo sguardo di “Bari, a love story”, la mostra inaugurata ieri al Centro Polifunzionale Studenti dell’Università di Bari, nell’ex Palazzo delle Poste. Una città osservata a lungo, mentre cambia. E prima che qualcosa scompaia.

Meli, in «Bari, a love story» lei sceglie una città lontana dalla cartolina: portoni, muri, strade quasi vuote, geometrie imperfette. Che cosa si riesce a raccontare di Bari guardando ciò che normalmente passa inosservato?

«Mi interessa quello che non è stato preparato per essere guardato. Un portone consumato, una persiana storta, una scritta rimasta sul muro, una sedia davanti a una casa. Sono cose che stanno lì senza chiedere attenzione e proprio per questo raccontano molto. Bari viene fotografata spesso attraverso i suoi simboli. Io tendo a spostarmi di qualche metro, a guardare dietro, di lato, dentro una strada secondaria. Mi attirano le facciate, le geometrie urbane, gli incastri tra i palazzi. Poi basta che una persona attraversi quella geometria, che una tenda si muova o che una bicicletta venga lasciata contro un muro, e la città smette di essere architettura e torna a essere vita. La luce ha un peso enorme. All’alba alcune facciate si accendono prima del resto della città; alla controra le ombre diventano dure e i muri sembrano quasi tagliati. Sono momenti che cerco. Anche perché la città cambia mentre la guardiamo: un’insegna sparisce, una facciata viene rifatta, un’abitudine si perde. La fotografia arriva un istante prima».

Lei scrive e fotografa. Che cosa riesce a dire un’immagine che la parola non riesce a dire? E che cosa, invece, resta fuori da una fotografia?

«La fotografia riesce a tenere insieme cose che con la scrittura sarei costretto a mettere in fila. Una persona, un riflesso, una finestra, la luce su una parete. Nello scatto accadono nello stesso momento e a volte il loro rapporto nasce soltanto lì. La parola ha un altro tempo. Può tornare indietro, seguire un ricordo, entrare in una voce, in un odore, in qualcuno che non è più nell’inquadratura. Può raccontare ciò che la fotografia ha lasciato fuori o quello che è successo molto prima che arrivassi con la macchina fotografica. Per questo scrittura e fotografia continuano a cercarsi nel mio lavoro. Quando fotografo provo a lasciare spazio. Quando scrivo posso entrare in ciò che resta ai bordi. Alcune fotografie finiscono dentro il fotogramma. Altre cominciano proprio da ciò che non si vede».

Le sue immagini nascono da una lunga frequentazione dei luoghi. Quanto conta conoscere intimamente una città prima di provare a raccontarla?

«Conta molto. Bari non vado a cercarla, la attraverso. Ci sono strade percorse centinaia di volte, facciate che riconosco da lontano, punti in cui so come arriverà la luce in una certa stagione. Questa familiarità aiuta, ma può anche addormentare lo sguardo. Quello che conosci troppo rischia di diventare sfondo. Allora torno negli stessi posti e aspetto che qualcosa sia diverso: una finestra aperta, una porta ridipinta, una persona ferma dove di solito nessuno si ferma. A volte cambia soltanto la luce. Altre volte sono io ad arrivare con occhi diversi. Conoscere una città significa anche sapere che cosa è accaduto dentro i suoi muri. Sono storie che entrano nello sguardo senza bisogno di essere fotografate. Poi può succedere che, di tutto quello che sai, rimanga soltanto una parete colpita dal sole».

Nel libro uno dei nuclei narrativi è «Restare». Che cosa significa scegliere di restare in una città che cambia e continuare a riconoscervisi?

«Restare è una parola che mi riguarda molto. Non la sento ferma. Si può restare partendo, tornando, attraversando altri luoghi e riportandosi dietro un modo diverso di guardare casa. Bari negli ultimi anni è cambiata molto. Alcune strade le riconosco meno, certe abitudini sono scomparse, luoghi che avevo imparato in un modo hanno cambiato faccia. La fotografia nasce anche da lì, dal tentativo un po’ ostinato di fermare qualcosa un istante prima che diventi altro: una strada, una facciata, una bottega, il modo in cui una persona attraversava quel punto proprio in quel momento. Non penso alla nostalgia. Mi interessa lasciare una traccia precisa di un passaggio. Anche scrivere di Bari significa fare i conti con questo movimento: alcune storie si perdono, altre riemergono, altre cambiano insieme ai luoghi che le hanno contenute. Forse è per questo che il libro arriva a Restare. Dopo il mare, i portoni, Bari vecchia, San Nicola, le persone, resta quella parola lì. Io continuo a uscire presto con una macchina fotografica. Attraverso strade che conosco da quarant’anni e aspetto che la luce faccia qualcosa che non avevo ancora visto».