Il Washington Post, di proprietà di Jeff Bezos, ha avviato una vasta ristrutturazione che prevede il licenziamento di circa 300 giornalisti su 800, secondo il New York Times. La decisione, definita dal direttore esecutivo Matt Murray «difficile ma essenziale» per garantire il futuro del giornale, ha colpito soprattutto corrispondenti esteri, compresi quelli in Medio Oriente e la corrispondente a Kiev, oltre alle sezioni sportiva e libri. Le email con gli esiti dei licenziamenti sono arrivate subito dopo una riunione online interna, confermando voci circolate nelle settimane precedenti.
La notizia ha suscitato forti proteste davanti alla sede del quotidiano, con centinaia di persone che hanno sventolato cartelli contro Bezos, accusato di indebolire la stampa e avvicinarsi a Donald Trump. Michael Brice-Saddler, giornalista licenziato, ha sottolineato i rischi per la democrazia derivanti dalla riduzione del personale in un momento di aggressioni senza precedenti contro i media.
Anche figure di spicco del giornalismo, come l’ex caporedattore Martin Baron, hanno definito i licenziamenti «uno dei giorni più bui nella storia del giornale», denunciando la politica di Bezos come pericolosa per l’indipendenza editoriale. Secondo il Wall Street Journal, i tagli seguono perdite di circa 100 milioni di dollari nel 2024 dovute al calo di pubblicità e abbonamenti, aggravate da scelte editoriali come il mancato sostegno a Kamala Harris alle presidenziali 2024, interpretate come influenzate dal proprietario.
In Italia, il senatore Pd Sandro Ruotolo ha definito la vicenda «un segnale politico e culturale preoccupante», ricordando che meno giornalisti significano meno inchieste, minor verifica dei fatti e riduzione del controllo sul potere. I licenziamenti, osserva Ruotolo, riflettono dinamiche globali che minacciano pluralismo e trasparenza, e invitano l’Europa e l’Italia a intervenire per difendere il giornalismo e la democrazia.
