«Anche se non ci toccava direttamente, la notizia della riduzione dei dazi Usa sulla pasta italiana, va comunque accolta favorevolmente. Certo, in un mondo globalizzato, in cui il nostro prodotto di punta continua a conquistare sempre nuovi mercati, siamo molto meno condizionati rispetto al passato da quello americano». Così Francesco Divella, patron dell’azienda di Rutigliano, commenta le notizie relative alla revisione delle procedure antidumping su uno dei simboli mondiali del made in Italy.
Divella era stata esclusa dal primo provvedimento. Ma sarà toccata dal 15% di dazi che vale per tutti i prodotti Ue. Teme altre misure?
«Sinceramente no. La prima fase delle procedure ci escluse perché noi, come filosofia aziendale, abbiamo sempre avuto quella di allineare i prezzi americani con quelli europei. Questo ci permise di non rientrare nell’applicazione dei dazi, a differenza di altre aziende. Oggi per noi il mercato americano vale intorno all’8%, comunque meno di quelli di Francia e Germania. Inoltre, ci sono mercati che stanno letteralmente esplodendo come quello giapponese che è arrivato come gli Usa all’8%. Tranne l’India e la Cina (che ha perfino iniziato a produrre pasta sul proprio territorio), siamo competitivi su 120 Paesi in tutto il mondo. Insomma, il mercato americano è solo un tassello del nostro puzzle. Importante, ma sempre un tassello. E la pasta, seppur il nostro prodotto di punta, solo uno dei nostri prodotti. Per esempio abbiamo il settore della biscotteria che va molto bene».
Resta il problema del costo molto alto delle materie prime, tra guerre e incertezze.
«Questo è un tema da grandi slogan e poca sostanza. Oggi, tutti dicono di utilizzare grano italiano e quindi di non essere soggetti a tematiche come la guerra in Ucraina o i costi della materia prima proveniente da Oltreoceano. Per legge basta sia coltivato sul territorio nazionale il 50,1% del grano utilizzato per produrre pasta, per poter scrivere sulla confezione “grano italiano”. Noi non prendiamo in giro nessuno: il 60-65% del grano che utilizziamo è italiano, il resto proviene da Usa e Canada».
Molti dicono grano che contiene ocratossina e altre sostanze come il glisofato, rischiose per la salute.
«Altro tema strumentalizzato: ci sono limiti fissati da leggi Ue, vengono fatte analisi dettagliate dagli enti preposti sul prodotto per verificare tutti i requisiti di salubrità. Davvero si crede che, con tutti i controlli, una materia prima pericolosa possa finire sulle tavole dei consumatori?».
Cosa si aspetta dal 2026?
«Di confermare la nostra leadership a livello nazionale: dalla Calabria al basso Lazio siamo molto forti. Poi vorremmo aprirci ancora di più ai nuovi mercati asiatici».










