La presidente del Tribunale per i minorenni del capoluogo pugliese, Valeria Montaruli, fotografa il mondo della criminalità minorile, un fenomeno che risulta essere in crescita a Bari.
Qual è la situazione della microcriminalità minorile a Bari?
«Il fenomeno è presente ed è in evoluzione. Accanto a problematiche non recenti, legate alle cosche storiche baresi, si registra anche il rischio che emergano nuove leve che possano avvicinarsi alla criminalità organizzata. Parallelamente esiste una microcriminalità diffusa che riguarda anche ragazzi provenienti da famiglie considerate normali. Non si registrano particolari aumenti dei reati più violenti, come risse, percosse o rapine, ma si nota un incremento dei reati legati alla droga, soprattutto detenzione e spaccio. Tutto questo si inserisce in un contesto in cui il consumo di hashish, cannabis, cocaina, droghe sintetiche e alcol è abbastanza diffuso tra i giovani. Si registra, a ben guardare i dati sono fino al giugno 2025 un aumento di reati violenti è’ quello il dato più preoccupante. L’incremento dei reati per gli stupefacenti va in parallelo. Preoccupano anche alcuni fenomeni legati alla sfera sessuale, anche di gruppo, e all’uso distorto del web, aspetti che meriterebbero di essere indagati più a fondo».
Come arriva un minore proveniente da una famiglia normodotata alla devianza sociale?
«Le cause sono diverse e spesso si intrecciano tra loro. Il coinvolgimento in episodi di spaccio o rapine può sembrare una risposta semplice, ma in realtà è il risultato di un percorso più complesso. Oggi funzionano sempre meno quelli che un tempo erano i così detti contenitori sociali, cioè gli spazi educativi e aggregativi capaci di orientare i ragazzi. A questo si aggiungono crisi familiari o difficoltà dei genitori nell’esercitare un ruolo autorevole. Anche la scuola, in alcuni casi, vive una fase di depotenziamento: gli insegnanti sono spesso poco tutelati e talvolta si registra un atteggiamento di chiusura all’interno degli istituti. Negli ultimi tempi, però, qualcosa sta cambiando. Le scuole stanno iniziando a organizzarsi e a collaborare con le istituzioni. Stiamo avviando percorsi di formazione per dirigenti e personale scolastico per facilitare le segnalazioni all’autorità giudiziaria. Si sta sviluppando una maggiore consapevolezza del problema».
Le serie televisive possono avere un effetto emulativo sui giovani?
«In alcuni casi possono agire come un detonatore. Alcuni ragazzi restano affascinati dal modello negativo e finiscono per ricercarlo. Oggi i giovani sono nativi digitali e si alimentano soprattutto della cultura del web. In televisione esiste comunque una forma di selezione dei contenuti, mentre online questa selezione spesso non c’è e i modelli negativi possono circolare senza particolari filtri».
C’è un allarme baby gang a Bari?
«Non possiamo paragonare Bari a città come Napoli o Milano. Qui non esistono vere e proprie associazioni minorili strutturate, permanenti e organizzate. Più spesso si tratta di gruppi spontanei di ragazzi che si aggregano e commettono reati insieme. Tuttavia il fenomeno esiste e non va sottovalutato. Per questo abbiamo avviato un tavolo di lavoro interistituzionale con le altre istituzioni per definire una metodologia condivisa di intervento sui fenomeni di devianza giovanile».
Qual è il suo auspicio per cercare di arginare il problema della criminalità minorile?
«È necessario un impegno collettivo. Non basta il lavoro della sola autorità giudiziaria se manca il coordinamento con tutti gli altri attori: scuola, famiglie, servizi sociali e realtà del territorio. Bisogna puntare molto sulla prevenzione, sulla comunicazione e sull’educazione. I giovani di oggi hanno tempi di attenzione più ridotti anche a causa dell’uso continuo del web. Per questo è importante coinvolgerli attraverso le emozioni: teatro, arte, creatività, attività di volontariato e iniziative del privato sociale, insieme ai servizi del territorio. Solo lavorando in rete si può costruire un’alternativa concreta alla devianza giovanile».









