Tra Imu, Tari, multe stradali ed altre voci ammontano a 33,7 miliardi i crediti accertati dai Comuni italiani ma non riscossi. E sono più di 1.100 quelli che finora non hanno raggiunto la soglia minima di riscossione del 17,5%. La percentuale è quella individuata dalla riforma della riscossione locale allo studio del ministero dell’Economia, secondo le bozze di decreto attuativo della Legge di bilancio circolate nelle settimane scorse, al di sotto della quale dovrebbe scattare l’obbligo di affidare la riscossione ad Amco (Asset Management Company), la società pubblica specializzata nella gestione di crediti deteriorati.
Il calcolo è del Centro studi enti locali secondo il quale in questi 1.100 enti si concentra oltre il 62% delle somme accertate dai Comuni ma non ancora incassate, pari a più di 21 miliardi di euro su 33,7 miliardi totali. In altre parole, poco più di un Comune su sette concentra quasi due terzi dei crediti da riscuotere. La dimensione del fenomeno emerge da un’elaborazione di Centro su dati Bdap relativi ai rendiconti 2022-2024, considerando lo stock dei residui relativi alle voci indicate dalla norma e che ricomprendono voci come Imu, Tari, multe stradali, ecc.
Osservando la distribuzione territoriale, nel Mezzogiorno si concentra la quota più ampia di criticità: 866 Comuni su 2.489, pari al 35% del totale, si collocano sotto la soglia prevista. Al Centro il fenomeno è meno diffuso ma comunque significativo: sono 163 Comuni su 967, pari al 17%, circa uno su sei. Qui il dato segnala una presenza più selettiva del problema, ma comunque non marginale. Al Nord, invece, la situazione cambia completamente scala. I Comuni «sotto soglia» sono 104 su 4.386, pari ad appena il 2% del totale. Scendendo ulteriormente nel dettaglio, la concentrazione emerge con ancora maggiore evidenza nei grandi centri urbani.
Roma da sola concentra oltre 8 miliardi di euro di residui, con una quota largamente prevalente riconducibile alle posizioni più critiche. A Napoli, su circa 3,5 miliardi di crediti, la parte più consistente ricade nello stesso perimetro, mentre a Palermo la quota supera il 90%. Dinamiche analoghe si riscontrano anche in altri capoluoghi del Mezzogiorno, come Reggio Calabria e Caserta, dove la componente più problematica dei residui rappresenta la parte prevalente dello stock complessivo.









