È un nulla di fatto quello che emerge dall’assemblea dei soci di Acciaierie d’Italia, società mista pubblico-privato che ha in gestione il siderurgico di Taranto.
Ieri si sarebbe dovuto decidere in merito alla richiesta, avanzata dall’amministratrice delegata Lucia Morselli, di un aumento di capitale di 320 milioni di euro per garantire la sopravvivenza della fabbrica. Una questione di vitale importanza per lo stabilimento da cui emergerà o meno la concreta volontà del socio di maggioranza, ArchelorMittal, di investire nel sito ionico.
Le parti si sono date appuntamento al sei dicembre, sperando nel frattempo di accorciare le distanze. In quella occasione bisognerà anche decidere in merito alle dimissioni presentate dal presidente Franco Bernabé, per ora congelate alla luce del clima di incertezza nel Gruppo. L’ennesimo nulla di fatto acuisce la preoccupazione dei lavoratori ma anche degli imprenditori.
Proprio ieri Carlo Bonomi, numero uno di Confindustria, ha affermato che «questo Paese deve decidere se l’acciaio lo vuole o no. Credo che sia fondamentale averlo e quindi spero in una soluzione positiva perché Acciaierie d’Italia è un asset strategico per il nostro Paese», ha sottolineato.
Sul ruolo di primo o secondo piano del privato, invece, ha le idee chiare il sindaco di Taranto Rinaldo Melucci che è tornato a chiedere allo Stato di prendere in mano la governance dello stabilimento. «Almeno in una fase transitoria, fare la decarbonizzazione, magari con i fondi disponibili e il contributo di Pnrr, la transizione giusta e altre leve che si possono individuare in ambito comunitario e mettere mano a una trasformazione radicale della filiera», ha affermato il primo cittadino a margine dell’evento dal titolo “Le opportunità di decarbonizzazione della Puglia” organizzato nel capoluogo ionico da Edison Next in collaborazione con il Politecnico di Milano. «Tutto quello che ne conseguirà in termini di occupazione – ha proseguito – siamo pronti a discuterlo, a farcene carico e a valorizzarlo nei prossimi anni nelle iniziative, come quelle di cui stiamo discutendo oggi, di decarbonizzazione dei territori, di transizione giusta e quant’altro. Ma bisogna avere questo coraggio, chiamare la controparte, metterla alle strette e cambiare qui e ora».
Particolarmente delusi dall’ennesimo rinvio dell’assemblea sono i sindacati. «Arcelor Mittal e Invitalia giocano al “Monopoli” – ha affermato Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia per la Fiom Cgil. Il più grande gruppo siderurgico italiano rischia la chiusura. Serve subito liquidità corrente per far funzionare il gruppo e bisogna definire i cinque miliardi di investimento», ha concluso.