Una donna per una donna. L’importante, appunto, è che si possa dire “Stiamo portando la prima donna al Quirinale”. L’importante, soprattutto, è che Matteo Salvini riesca ad intestarsi la nuova presidente della Repubblica, e uscire dal vortice in cui lui stesso si è infilato.
Capiamoci, Elisabetta Belloni non è affatto una donna, e soprattutto una persona qualsiasi. Direttrice dei servizi segreti, già segretaria generale del ministro degli Esteri, Volontario nella carriera diplomatica a tre anni dalla laurea, senza alcuno schieramento politico alle spalle. Insomma, un curriculum di tutto rispetto su cui nessuno avrebbe mai da eccepire. Eppure, la sensazione è stata davvero, ieri sera, di vedere il “coniglio uscire dal cilindro”.
Non una scelta ponderata, arrivata dopo ore e giorni di riflessioni condivise, ma un modo per uscire dall’impasse, e soprattutto per intestarsi un record. Il tutto sulla pelle, di nuovo, di una donna. O, meglio ancora, di una persona, dopo aver bruciato in totale nove nomi in appena cinque giorni. Perché ieri sera, prima che il giornale andasse in stampa, il nome di Belloni era tutt’altro che certo, soprattutto dopo i fortissimi attacchi del leader di Italia Viva Matteo Renzi «non si può avere il capo dei servizi segreti al Quirinale, è un precedente folle, pericoloso», di Forza Italia e di una parte (seppur silente) del Partito democratico. Un nome che rischia, quindi, di avere tantissimi franchi tiratori, e che rischia anche di far cadere il governo.
Gli stessi franchi tiratori che hanno di fatto «umiliato» il ruolo di Elisabetta Casellati, che (piaccia o meno) è la seconda carica dello Stato. È di nuovo sulla pelle di una donna, della presidente del Senato, che Salvini ieri ha fatto il suo gioco. Perché la verità è tutta qui. Da quando è iniziata la girandola delle elezioni del presidente della Repubblica, a nessuno, dai più esperti commentatori tv, ai parlamentari (di qualsiasi schieramento) che si incontrano ogni giorno lungo via Degli Uffici del Vicario, al barista che serve a ogni ora il caffè a centinaia di onorevoli, a nessuno è chiaro quale sia la strategia del leader della Lega Matteo Salvini. Prima il colloquio di Draghi finito a musi lunghi per la richiesta di avere quattro ministri ed eliminare i nomi che non gli piacevano, con un sonoro «no» di tutta risposta da parte del premier. Poi, la rosa di nomi che il centrosinistra non avrebbe mai accettato, e il passo indietro su Pier Ferdinando Casini (quando si era lì lì per eleggerlo Presidente) per non scontentare Giorgia Meloni.
Nel mezzo, le dichiarazioni in cui confermava la sua volontà di tenere Draghi al governo, e non mandarlo al Colle. Fino a ieri mattina, quando il tentativo di forzare la mano (e continuare ad essere protagonista) è stato fatto con Casellati. Anche se non è chiaro il metodo, è chiaro l’obiettivo: rimanere protagonista, kingmaker (o almeno provarci) di queste elezioni, per esserlo anche in quelle del 2023 (che, tra formazione delle liste e campagna elettorale si terranno, di fatto, “domani”). Tenendosi buona l’alleata più forte, ma anche quella più disinteressata a mantenere l’armonia all’interno della maggioranza, e cioé Meloni. Una non strategia (o, chissà, una strategia perfetta) che ieri si è consumata sulla pelle di Belloni: «Sto lavorando perché ci sia la prima Presidente donna». Ma ieri sera, nonostante l’appoggio di Conte (l’amore gialloverde sembra ormai riscoppiato), già sul nome di Belloni si stagliavano le prime ombre. E sulle chat, e nelle riunioni carbonare e non, circolavano i nomi di altre due donne da “dare in pasto” alla strategia, quelli della ex ministra della giustizia Marta Cartabia e dell’ex titolare dell’Interno Paola Severino. Ma, soprattutto, i nomi del premier Draghi, di Casini, e del sempre acclamato, suo malgrado, Sergio Mattarella.










