L’inflazione continua a galoppare, come dimostrano i nuovi dati diffusi dall’Istat e riferiti a gennaio. Il carovita ha segnato il record da 26 anni: l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività, al lordo dei tabacchi, ha registrato un aumento dell’1,6 per cento su base mensile e del 4,8 per cento su base annua (dal più 3,9 per cento del mese precedente). Un’inflazione così alta non si registrava da aprile 1996. Sono i beni energetici regolamentati a trainare questa fiammata con una crescita su base annua mai registrata (più 38,6 per cento), ma tensioni inflazionistiche crescenti si manifestano anche in altri comparti merceologici.
«Come largamente atteso la stima preliminare della variazione dei prezzi di gennaio porta l’inflazione a ridosso del cinque per cento – commenta in una nota l’ufficio studi di Confcommercio – Valori di altri tempi, con i quali le famiglie e le imprese devono, comunque, confrontarsi. A questo andamento hanno contribuito essenzialmente gli aumenti della componente energetica a cui si cominciano ad associare tensioni nell’alimentare, causa materie prime, e nei servizi di alloggio e nella ristorazione, in cui la componente energetica costituisce una frazione rilevante dei costi d’esercizio delle imprese».
La certezza è che questa situazione è destinata a proseguire nel tempo. «L’inflazione acquisita è già al 3,4 per cento per l’anno in corso che, in media, potrebbe esibire una variazione dei prezzi superiore al quattro per cento – prosegue il documento – L’unico elemento positivo è rappresentato dalla tenuta dell’inflazione di fondo, che si mantiene in Italia su valori contenuti (più 1,5 per cento nel confronto annuo), e mostra anche nel complesso della Uem una dinamica non particolarmente espansiva (più 2,5 per cento), fattore che lascia immaginare un’uscita molto graduale dalla politica dei bassi tassi di interesse.
A preoccupare è anche il carrello della spesa, che registra tassi di crescita significativi del più 3,2 per cento, come riporta in una nota Federdistribuzione. «I dati di gennaio confermano la notevole incidenza dei beni energetici sull’incremento dell’inflazione, che cresce a tassi che non si vedevano da molti anni. L’effetto è molto rilevante sul sistema delle imprese e sulle famiglie – conclude Carlo Alberto Buttarelli, direttore relazioni con la filiera e ufficio studi di Federdistribuzione – e rischia di compromettere la ripresa economica. Il 43 per cento degli italiani prevede di dover ridurre i consumi a causa dell’aumento dei prezzi e uno su tre teme di non riuscire ad affrontare spese ordinarie».