L’ex Ilva ha iniziato a spegnersi. I sindacati chiedono un incontro urgente sia alla direzione di Acciaierie d’Italia (la società in amministrazione straordinaria che gestisce il siderurgico) sia a ministero del Lavoro e Palazzo Chigi per capire in quale direzione si muove il futuro della fabbrica. Fim, Fiom, Uilm e Usb chiedono di sapere cosa accade all’altoforno 2 dello stabilimento, l’unico rimasto in funzione, alla luce delle «voci sempre più insistenti che circolano in fabbrica circa la procedura di abbassamento di carica dell’impianto, prevista per l’8 ottobre, con conseguente spegnimento dell’area a caldo».
Nella comunicazione, le rsu chiedono di conoscere «quali siano le attività aziendali previste», alla luce degli ultimi eventi. I contraccolpi si fanno sentire in tutto il gruppo. Ieri la direzione aziendale ex Ilva ha comunicato l’avvio di un procedimento per la richiesta di cassa integrazione, indicando come numero massimo l’intero stabilimento di Salerno e prevedendo un «effetto a cascata». Immediatamente le segreterie nazionali di Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm hanno scritto al ministero del Lavoro e al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano per chiedere un incontro urgente al Governo.
Ipotesi come quella della cassa integrazione, secondo i sindacati, «avrebbero dovuto verificarsi solo in occasione dello stop dell’area a caldo a valle della sentenza della corte di cassazione prevista per il prossimo 20 ottobre». Le sigle ora vogliono capire se c’è stata un’accelerazione delle fasi finali. Il fermo produttivo, se il provvedimento giudiziale sarà di chiusura, comporterà l’impossibilità di alimentazione, almeno fino alla complessiva riorganizzazione produttiva del gruppo, delle attività a valle del ciclo produttivo dell’area a caldo. Nella lettera, firmata da Valerio D’Alò (Fim Cisl), Loris Scarpa (Fiom Cgil) e Giugliemo Gambardella (Uilm Uil), i leader sindacali dicono di restare «in attesa di convocazione urgente» da parte del Governo. Anche l’Ugl, con Alessandro Dipino e Alessandro Calabrese, chiede al governo di fare chiarezza e spiegare «come si intende contenere l’impatto sociale ed economico che a brevissimo colpirà sia i lavoratori diretti che quelli dell’indotto». «Non è più possibile nascondersi dietro un dito e c’è bisogno di indicazioni chiare su come si intenda operare per salvaguardare la sicurezza degli impianti e dei lavoratori».
La politica
Governo e opposizioni continuano a litigare sull’ex Ilva. Il ministro delle Imprese Adolfo Urso scarica di nuovo l’alibi sulla magistratura e parla di «labirinto giudiziario in cui è stata spenta anche la luce». Il governo ha pronto un nuovo decreto che quasi certamente arriverà dopo le decisioni di Corte d’appello di Milano e cassazione.
«Altro che “labirinto giudiziario”», dice il senatore Mario Turco, vicepresidente del M5S, «il ministro Urso smetta di provare a trasferire sulla magistratura responsabilità che appartengono al al governo Meloni. Dopo oltre quattro anni continuano ad accumularsi criticità ambientali, industriali e autorizzative senza che sia stata costruita una soluzione strutturale. Il Governo è intervenuto ripetutamente con decreti, finanziamenti e misure emergenziali per garantire la continuità degli impianti, ma non ha risolto questioni decisive: dalle circa 2mila tonnellate di amianto ancora presenti negli altiforni alle prescrizioni ambientali, dalle bonifiche alla tutela dei lavoratori e delle imprese dell’indotto».
