Quando Roberta Bayley fotografò i Ramones contro un muro del Lower East Side, non stava costruendo un mito. Stava semplicemente ritraendo degli amici. Al CBGB’s, il locale destinato a cambiare la storia della musica americana, ci si conosceva tutti. I musicisti entravano gratis, spesso anche i loro amici. A fine serata l’incasso poteva essere di appena quaranta dollari. Eppure, da quel piccolo club del Bowery sarebbe nata una rivoluzione. Oggi Bayley è considerata una delle testimoni più importanti della scena punk newyorkese. Le sue fotografie dei Ramones, di Blondie e del CBGB’s sono diventate immagini totali. Ma lei continua a raccontare quegli anni con il tono di chi ricorda una compagnia di amici prima ancora che un capitolo della storia del rock.
Quando guarda oggi quella celebre fotografia dei Ramones appoggiati a un muro del Lower East Side, vede quattro future leggende del rock o semplicemente quattro ragazzi di New York in cerca del loro posto nel mondo?
«Li conoscevo. Erano amici. Il CBGB’s era un club molto piccolo e soprattutto all’inizio il pubblico era composto quasi soltanto da musicisti. Non c’erano grandi folle. A volte l’incasso della serata era di quaranta dollari. I musicisti entravano gratis e spesso facevano entrare gratis anche gli amici. Conoscevo i Ramones come persone, in modo molto naturale. Certo, tutti volevano avere successo e noi speravamo che accadesse. Ma fino a quel momento nessuna band di New York era davvero riuscita a sfondare».
Perché secondo lei?
«Non lo so. Io sono della California e lì molte band locali erano diventate famose, penso ai Jefferson Airplane e alla scena di San Francisco. A New York, invece, gruppi come i New York Dolls, che tutti noi pensavamo avrebbero avuto successo, non ce l’avevano fatta. Per qualche ragione non era mai accaduto».
In quegli anni aveva la sensazione di stare assistendo a una rivoluzione musicale?
«No. Mi rendevo conto soltanto di fare quello che mi piaceva fare: fotografare i miei amici. È una cosa che ho capito molto più tardi. In seguito non mi è mai piaciuto particolarmente fotografare persone che non conoscevo. Non ho mai inseguito davvero una carriera da fotografa. Sono stata fortunata: alcuni dei miei amici, come Debbie Harry, Joey Ramone o Richard Hell, sono diventati famosi e hanno lasciato un segno».
Era orgogliosa di loro?
«Certo. Era incredibile. Anche perché i Ramones non hanno avuto un successo immediato. Hanno impiegato quarant’anni per ottenere un disco d’oro. Quarant’anni. Di solito accade molto prima».
Tra Joey, Johnny, Dee Dee e Tommy Ramone, chi l’ha sorpresa di più lontano dal palco?
«Probabilmente Johnny. Aveva idee politiche molto diverse da quelle di tutti gli altri».
In che senso?
«Era conservatore, repubblicano. A New York quasi tutti erano liberal e democratici. Joey, in particolare, era molto impegnato su posizioni progressiste. Per questo alla fine Johnny si trasferì a Los Angeles. Però la persona che ho conosciuto meglio è stata Joey. Viveva a un isolato da casa mia. Lo incontravo continuamente. Usciva molto, socializzava con altri musicisti, era una presenza costante nella vita della città».
C’è una fotografia che non ha mai scattato e che avrebbe voluto scattare?
«Prince. E anche Madonna. Se invece parliamo di persone che non ho potuto conoscere, avrei voluto fotografare Brian Jones dei Rolling Stones».
C’è qualcosa dei Ramones che secondo lei il pubblico ancora non conosce davvero?
«Forse proprio le idee politiche di Johnny. Molti lo scoprirono quando, durante la cerimonia della Rock and Roll Hall of Fame, disse: “God bless George Bush”. Tutti rimasero scioccati. Per molto tempo ho pensato che lo facesse soltanto per provocare. Poi ho capito che erano davvero le sue convinzioni».
Le è sembrato strano?
«Molto. All’epoca mi risultava difficile crederlo. E, a dire la verità, ancora oggi faccio fatica a capire certe posizioni politiche. È qualcosa che continua a sorprendermi».
