È fissata per il prossimo 17 novembre l’udienza preliminare davanti al gip di Lecce Francesco Valente per i 16 imputati coinvolti nell’inchiesta che ha portato alla luce l’egemonia criminale su Pulsano, il racket alle attività economiche della zona costiera e perfino la regia di un tentato omicidio pianificato nei minimi dettagli per eliminare un rivale storico.
È questo lo spaccato d’intimidazioni e assoggettamento ricostruito dai pm della procura distrettuale antimafia di Lecce, Maria Vallefuoco, e della Procura di Taranto, Francesca Colaci, che hanno firmato la richiesta di rinvio a giudizio per i presunti componenti dell’organizzazione guidata dal 57enne Anselmo Venere. I 16 imputati sono chiamati a rispondere a vario titolo di ben 27 capi d’accusa, dall’associazione per delinquere aggravata dal metodo mafioso, all’estorsione pluriaggravata, dal tentato omicidio all’incendio doloso, fino all’intralcio alla giustizia, alla falsa testimonianza e all’esercizio abusivo della professione.
Al centro dell’inchiesta figura Anselmo Venere, già condannato in passato per omicidio. L’uomo avrebbe riaffermato con la forza il controllo sul territorio pulsanese sfruttando il vuoto di potere generato dagli arresti che nel marzo 2021 avevano colpito il gruppo antagonista riconducibile a Maurizio Agosta. Il core business del gruppo era il racket ai danni di commercianti ed imprenditori locali.
Le vittime venivano prima colpite con attentati incendiari ai danni dei mezzi di trasporto, dalle auto private ai veicoli aziendali, per poi essere avvicinati dagli emissari del boss. A quel punto subentrava la “protezione” imposta, con dazioni periodiche di denaro che le vittime versavano per evitare ritorsioni. Nel mirino del clan sono finiti pescherie, carrozzerie, imprese edili, strutture alberghiere e locali della movida della marina.
Tra gli episodi più gravi emersi dalle indagini figura il tentato omicidio di Giuseppe Giaquinto, esponente del clan rivale. Venere ne avrebbe ordinato l’eliminazione fisica dal carcere, infastidito dalla presenza di Giaquinto a Pulsano durante i permessi in semilibertà. Un agguato sventato soltanto in extremis dai carabinieri che sono intervenuti bloccando la vittima prima che raggiungesse il luogo dell’attentato, già individuato dagli esecutori in un punto morto privo di telecamere. A rischiare il processo anche una praticante avvocato, accusata di essere entrata in carcere spacciandosi per avvocato per accedere ai colloqui e veicolare all’esterno comunicazioni dal capoclan.
La capacità intimidatoria è testimoniata anche dalle minacce rivolte ai testimoni dei processi in corso, spinti a ritrattare o a comporre versioni di comodo. Emblematico il condizionamento subito da un carrozziere del posto, che prima di testimoniare in aula in difesa di Venere arrivava a dire al boss in preda alla soggezione: «Anselmo, tu mi devi scrivere quello che devo dire che io poi studio faccio tutto quello che vuoi tu».
