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Ex Ilva, Urso se ne lava le mani: «Dipende da un altro potere». L’indotto: «Ostaggi dell’incertezza»

L’attesa per la decisione da parte dei giudici milanesi sulla richiesta di sospensiva della chiusura dell’area a caldo del sito siderurgico

Ex Ilva, Urso se ne lava le mani: «Dipende da un altro potere». L’indotto: «Ostaggi dell’incertezza»
Lo stabilimento ex Ilva di Taranto

Mentre si consuma l’attesa per la decisione della Corte d’Appello di Milano sul nuovo ricorso dei commissari dell’ex Ilva, che potrebbe confermare lo spegnimento dell’area a caldo restano, resta vivo il dibattito intorno al futuro dello stabilimento siderurgico, con il ministro del Mady in Italy, Adolfo Urso, che tra il rassegnato e il polemico butta benzina sul fuoco e scarica su altri le responsabilità della decisione di chiudere il sito e mettere sul lastrico migliaia di famiglie.

«Le decisioni sono nella mani di un altro potere, quello giudiziario, che sorprende ogni giorno per le decisioni che prende» evidenzia il titolare del Mimit a margine dell’inaugurazione del 66° Salone nautico internazionale di Genova, intervenendo sull’istanza di sospensiva presentata dai commissari straordinari dell’ex Ilva per bloccare lo spegnimento dell’area a caldo nell’acciaieria di Taranto.

Le parole del ministro trovano conforto e sostegno dalla dichiarazione del presidente della regione ligure, Marco Bucci: «I commissari hanno chiesto di sospendere l’applicazione di quanto deciso dalla Corte, cioè la chiusura dell’area a caldo, in attesa che un altro organo giudiziario, la Cassazione, si possa esprimere il 20 ottobre, non per nostra decisione, ma per decisione altrui, siamo finiti in un labirinto e qualcuno ha spento anche la luce».

Altre attese

«Sia che si decreti la marcia dell’intero stabilimento o della sola area a freddo, chiederemo al Governo un piano operativo verificabile e alle autorità competenti un confronto fondato sui dati, con modalità di conservazione degli impianti, controlli pubblici e un cronoprogramma degli interventi». È l’intervento dell’Aigi, associazione delle imprese dell’indotto ex Ilva, in attesa di notizie da Milano sulla seconda istanza di sospensione che, relativamente al decreto sulla fermata dell’area a caldo del siderurgico, emesso dalla Corte d’Appello il 27 luglio e ormai prossimo alla scadenza, hanno presentato sia Ilva che Acciaierie d’Italia.

Dopo la Corte d’Appello, sarà la Corte di Cassazione a pronunciarsi il 20 ottobre sui ricorsi straordinari presentati dalle due società contro la fermata degli impianti. «Le imprese dell’indotto hanno bisogno di sapere quali attività continueranno, quali ordini saranno eseguiti e quali strumenti proteggeranno l’occupazione. La chiusura di una capacità produttiva strategica richiede una motivazione tanto rigorosa quanto sono gravi le sue conseguenze. Il futuro delle famiglie coinvolte e di una parte della manifattura italiana non può restare ostaggio dell’incertezza o di decisioni ideologiche» sostiene ancora Aigi che aggiunge: «se il mantenimento in preriscaldo, sottoposto a controlli indipendenti, non determina un aggravamento significativo del rischio sanitario, opporsi anche a questa soluzione conservativa appare un radicalismo sproporzionato. In tale ipotesi, la posizione della Procura generale e del sostituto procuratore Renna risulta inopportuna nei suoi effetti industriali e sociali».

Per Aigi se si dovessero trascurare queste alternative si «assumerebbe un’impronta ideologica e antindustriale», ma precisa: «Non attribuiamo intenzioni personali ai magistrati: contestiamo un approccio che, qualora prescindesse dalle condizioni effettive degli impianti e dalle misure disponibili, finirebbe per trattare la conservazione della capacita’ produttiva come un interesse sacrificabile quando in effetti è».