Il Senato ha dato il via libera definitivo al dl carburanti-Ilva, varato il 27 luglio scorso dal governo. Il decreto autorizza un nuovo stanziamento fino a 100,5 milioni di euro per il 2026 a favore di Acciaierie d’Italia che viene erogato dal ministero delle Imprese su richiesta dell’organo commissariale. Si tratta di risorse che il siderurgico deve restituire entro 6 mesi dalla scadenza del contratto di affitto stipulato con Ilva Spa o entro 6 mesi dalla vendita dell’azienda. Il testo prevede anche la prededucibilità: l’amministrazione straordinaria dovrà dare priorità, rispetto a ogni altro credito, alla restituzione dei finanziamenti pubblici. Nel corso dell’esame parlamentare è stata introdotta una norma che sottopone ad autorizzazione integrata ambientale in sede statale gli impianti dichiarati di interesse strategico nazionale, come l’ex Ilva.
Le critiche di Turco
Critico il senatore tarantino Mario Turco, vicepresidente del M5S. «Il Governo – dice – sta semplicemente comprando tempo e tirando a campare sul futuro di Taranto. Continuare a stanziare 100 milioni di euro per l’ex Ilva significa usare le casse pubbliche come un bancomat di Stato, senza una prospettiva e mantenendo un modello industriale fallimentare che perde 60 milioni al mese. Nel sito ci sono ancora 2mila tonnellate di amianto da rimuovere.
I dati parlano di oltre 2.500 malattie professionali e centinaia di decessi tra i lavoratori diretti: una tragedia a cui la politica deve rispondere fermando subito l’area a caldo e la produzione a carbone. Serve un vero piano di riconversione basato su bonifiche, forni elettrici a zero emissioni e idrogeno verde, condizionati alla valutazione integrata di impatto ambientale e sanitario. Parallelamente occorre un Accordo di Programma per tutelare i 2.500 lavoratori dell’indotto, quelli in amministrazione straordinaria e gli ex dipendenti in Naspi, garantendo reddito, prepensionamenti e incentivi all’esodo e all’amianto. Per la vera svolta di Taranto e per salvare la siderurgia servono 8 miliardi di euro: si potrebbe intanto iniziare dal riprogrammare le risorse del ponte sullo Stretto. Senza questi fondi il Governo prenda atto del proprio fallimento e vada a casa».
Il dibattito
Duro sul provvedimento, anche Peppe de Cristofaro di Avs, secondo il quale manca strategia, «dopo anni di decreti e commissariamenti, manca un progetto industriale. Non ci sono risposte adeguate su salute, bonifiche, decarbonizzazione e tutela dei lavoratori. Serve un piano pubblico di conversione industriale, come fatto in altri paesi di Europa, che tenga insieme ambiente, salute e lavoro». «Nessun disegno chiaro e conclusivo sulla triste vicenda dell’Ilva» anche per la senatrice Pd Cristina Tajani, mentre Carlo Calenda (Azione) parla di «funerale di un corpo morto nel 2019 quando il governo Conte II ha fatto saltare lo scudo penale» e annuncia costi di 15 miliardi per le bonifiche «che non verranno mai fatte, come a Bagnoli». E mentre Landini (Cgil) continua a chiedere l’intervento diretto dello Stato nella gestione della fabbrica, Zullo (FdI) dice: «sull’ex Ilva da sinistra solo ipocrisia, mentre dal governo Meloni grande responsabilità nel contemperare la politica ambientale con la tutela della produzione e dell’occupazione».
