«La perdita di un impianto non può essere paragonata al rischio della perdita di altre vite umane, già da troppo tempo sacrificato sull’altare della produzione». È uno dei passaggi della memoria depositata alla Corte d’Appello di Milano dagli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano.
I legali rappresentano undici cittadini tarantini, tra cui un bambino di 12 anni, appartenenti all’associazione Genitori Tarantini. Sono i promotori dell’azione inibitoria contro l’ex Ilva, sfociata nel decreto con cui i giudici milanesi hanno imposto lo spegnimento dell’area a caldo entro la fine di ottobre.
Il deposito del documento arriva in vista dell’udienza del 30 settembre, durante la quale si discuterà la nuova richiesta di sospensiva dello stop presentata dalla difesa dell’azienda.
L’ex Ilva chiede ai magistrati di attendere il pronunciamento della Corte di Cassazione, fissato per il 20 ottobre, congelando nel frattempo l’esecutività del provvedimento di chiusura.
Nella memoria depositata, i legali delle famiglie sottolineano che le motivazioni già rese dalla Corte d’Appello nel primo rigetto non possono essere messe in discussione. Non sussiste, secondo la difesa dei cittadini, alcun pregiudizio irreparabile che meriti tutela: l’eventuale irrecuperabilità degli impianti in caso di spegnimento sarebbe, per gli avvocati, da addebitare esclusivamente alle politiche imprenditoriali dell’azienda, definite omissive, miopi e dilatorie.
«Loro non si fermano, noi neppure», ha rimarcato l’avvocato Ascanio Amenduni, evidenziando il contrasto tra le esigenze produttive e la tutela della salute umana e dell’ambiente: un dualismo definito innaturale, cavalcato da chi ha messo artificiosamente contro lavoro e vita.
