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Ex Ilva, sciopero a oltranza: a Taranto gli operai non si fermano e sfidano il Governo

La mobilitazione, nata come uno sciopero di 24 ore e poi convertita ad oltranza dall’assemblea dei dipendenti, va avanti nel capoluogo ionico

Ex Ilva, sciopero a oltranza: a Taranto gli operai non si fermano e sfidano il Governo
Un presidio notturno dei lavoratori dell’ex Ilva di Taranto

Neppure la pioggia battente ha fermato la protesta degli operai dell’ex Ilva. Dopo una giornata di sciopero, cortei e blocchi stradali, i lavoratori hanno deciso di trascorrere anche la notte davanti ai cancelli dello stabilimento e lungo le principali arterie di accesso a Taranto. Una mobilitazione a oltranza, destinata a proseguire fino a quando non arriverà una convocazione da Palazzo Chigi. «Nonostante il diluvio andremo avanti. Ci siamo divisi per turni, i presìdi sono a tempo indefinito», ha annunciato Luigi Bennardi, segretario della Uilm di Taranto, intervenendo ieri pomeriggio in diretta sui social de L’Edicola.

La richiesta è una nuova convocazione a Palazzo Chigi. «Abbiamo incontrato il prefetto per le questioni di ordine pubblico e spiegato che lo sciopero proseguirà finché il Governo non ci convocherà», ha aggiunto Bennardi. Il confronto in videoconferenza promosso dal Viminale con prefetture, sindacati e commissari straordinari non ha sbloccato la vertenza. Una risposta è arrivata invece dalla Regione: l’incontro con Decaro è stato anticipato a giovedì alle 10. «Porteremo con noi tra 500 e 800 lavoratori», ha annunciato il sindacalista.

La giornata era cominciata prima dell’alba, con migliaia di dipendenti diretti e dell’indotto radunati per l’assemblea davanti allo stabilimento. Poi i cortei e i blocchi sulla statale 106 Ionica e sulla statale 7 verso Massafra, con rallentamenti anche sulla Taranto-Brindisi. La protesta ha attraversato gli altri siti del gruppo: a Genova una tenda è stata montata davanti alla prefettura; a Novi Ligure il corteo ha attraversato la città.

«Vogliamo lavorare, non vivere di cassa integrazione»: è il messaggio condiviso dai sindacati. Il decreto atteso oggi in Consiglio dei ministri dovrebbe assicurare la copertura degli ammortizzatori fino a giugno, con 80 milioni per l’indotto e 45 milioni per i dipendenti diretti. Misure giudicate insufficienti. «Si deve andare oltre la cassa integrazione e parlare di incentivi all’esodo, prepensionamenti e di un vero progetto su Taranto, nel rispetto della salute dei lavoratori e dei tarantini», ha spiegato Bennardi a L’Edicola.

I segretari generali di Fim, Fiom e Uilm chiedono un vertice urgente a Palazzo Chigi e annunciano che lo stato di agitazione continuerà. Per i sindacati servono risorse per riavviare le lavorazioni a freddo, garantire la sicurezza degli impianti e costruire un piano industriale con una forte presenza pubblica. Ma soprattutto serve una risposta politica. Perché questa volta gli operai non chiedono soltanto garanzie sul reddito: vogliono sapere se e come l’acciaio continuerà a essere prodotto in Italia. E fino a quando non arriverà una risposta, da Taranto non intendono fare un passo indietro.