Quattro anni dopo essere stato presentato come il simbolo della risposta pugliese alla pandemia, l’ospedale Covid della Fiera del Levante torna al centro delle polemiche. Questa volta non per la sua realizzazione lampo né per la battaglia politica che ne accompagnò l’apertura, ma per il conto che continua a gravare sulle casse pubbliche. A riaccendere i riflettori è stata la Procura regionale della Corte dei Conti che, nella requisitoria per la parifica del rendiconto 2025 della Regione Puglia, ha rivolto una dura censura all’amministrazione regionale per il ritardo nella restituzione dei padiglioni della Fiera utilizzati durante l’emergenza sanitaria.
Il richiamo del procuratore regionale Carmela De Gennaro è netto. Nonostante l’ospedale abbia cessato la propria attività già nella primavera del 2022, i padiglioni 9, 11, 13 e 18 non sono stati ancora riconsegnati. La Giunta regionale, con un provvedimento approvato nello scorso mese di maggio, ha differito la restituzione al 30 novembre 2026. Una scelta che, secondo la magistratura contabile, avrà un costo superiore ai due milioni di euro e che, con ogni probabilità, sarebbe stata molto meno onerosa se la riconsegna fosse avvenuta in tempi ravvicinati alla chiusura della struttura. Non si tratta soltanto di un rilievo contabile.
La Corte dei Conti lascia intendere che il protrarsi dell’occupazione dei padiglioni rappresenti un esempio di gestione inefficiente del patrimonio pubblico, destinato a tradursi in un aggravio economico per le finanze regionali. Ma la vicenda dell’ospedale Covid non è mai stata soltanto amministrativa. Sin dalla sua realizzazione, la struttura è stata accompagnata da una lunga storia giudiziaria. L’appalto per l’allestimento del presidio emergenziale, affidato durante la fase più critica della pandemia, è infatti finito sotto la lente della magistratura penale e della giustizia amministrativa. Le indagini hanno riguardato le procedure di affidamento, la congruità dei costi e il rispetto delle norme sugli appalti in regime emergenziale, aprendo uno dei fascicoli più delicati legati alla gestione dell’emergenza Covid in Puglia. Un contenzioso che, negli anni, ha attraversato sequestri, ricorsi e approfondimenti investigativi, alimentando un acceso dibattito politico sull’opportunità e sulle modalità con cui venne realizzata l’opera.
Adesso, pur su un piano diverso, è la magistratura contabile a riportare il dossier al centro dell’attenzione. Non vengono contestate le ragioni dell’intervento sanitario durante la pandemia, ma ciò che è accaduto dopo la fine dell’emergenza: il mancato smantellamento della struttura e il ritardo nella restituzione degli immobili, con il conseguente incremento dei costi a carico della collettività. Nella stessa requisitoria la Procura contabile ha acceso un faro anche su un’altra vicenda che riguarda la Fiera: il padiglione 81, sede di «Apulia Film Commission». Secondo De Gennaro, la Regione continua a occupare l’immobile senza un titolo giuridico definito, dopo la scadenza, a fine 2023, del contratto di comodato gratuito che la Fiera ha dichiarato di non voler rinnovare. Una situazione che, secondo la Corte dei Conti, impedisce di definire con certezza la capitalizzazione dei costi sostenuti e che richiede una rapida regolarizzazione. Due rilievi distinti ma accomunati dallo stesso messaggio: per la magistratura contabile non basta aver gestito l’emergenza. Terminata la fase straordinaria, la Regione è chiamata a garantire una gestione rigorosa e sostenibile del patrimonio pubblico.
