Olio italiano prodotto con costi italiani e venduto al prezzo di quello tunisino: 4 euro, 4,10 al chilo. Le cisterne si stanno finalmente svuotando, ma per gli olivicoltori non è una buona notizia. È una svendita obbligata per fare spazio alla nuova produzione. E il rischio, adesso, è che il crollo si trasferisca sulle olive della campagna ormai alle porte: fino a 55 euro al quintale, secondo le stime di Nicola Ruggiero, presidente del Consorzio Oliveti d’Italia. «A quel prezzo qui succede la rivoluzione».
È questo il detonatore economico della protesta partita spontaneamente dagli agricoltori e che adesso potrebbe trasformarsi in una mobilitazione molto più ampia.
Ruggiero, davvero state vendendo l’olio italiano al prezzo di quello tunisino?
«Purtroppo sì. Le cisterne si stanno svuotando al prezzo della Tunisia. Ed è questa la tragedia dei mesi che abbiamo perso. L’olio viene venduto a 4 euro, 4,10 al chilo. A quelle cifre è ovvio che comprino l’italiano: costa quanto quello tunisino. Ma noi sosteniamo costi italiani. Significa perdere soldi».
Quindi state svendendo?
«Sì, è il termine giusto. Anche i più duri alla fine stanno mollando, perché che cosa puoi fare? Se non svuoti le cisterne non puoi riempirle con l’olio della nuova campagna».
Eppure si teme che le olive non vengano ritirate perché le cisterne sono ancora piene.
«Il problema è anche un altro: mancano i soldi per comprare. Chi darà gli affidamenti a frantoi e cooperative? Servono subito garanzie sul credito, altrimenti non ci sarà la liquidità per affrontare la campagna. Non servono provvedimenti spot».
E con questi prezzi dell’olio quanto potrebbero essere pagate le olive?
«Se non poniamo immediatamente rimedio, rischiamo cifre drammatiche. Quest’anno Grecia, Spagna e Tunisia viaggiano intorno ai 3,50 euro per l’olio. Con una resa media del 16 per cento corriamo il rischio di vedere le olive valorizzate sotto i 60 euro al quintale per le olive».
Che cosa significa per un produttore?
«Sotto i 90 euro diventa difficilissimo sostenere i costi. Solo raccogliere costa circa 22 euro al quintale. A 55 euro qui succede la rivoluzione».
Che cosa chiedete al Governo?
«Le richieste sono quelle della manifestazione di giugno: al primo posto lo stato di crisi, poi la tracciabilità obbligatoria, la questione dei costi energetici e le altre misure che avevamo indicato. Sono passati quattro mesi e non vediamo ancora atti concreti».
Perché la tracciabilità è così urgente?
«Perché dobbiamo intervenire subito o rischiamo di rovinare anche questa campagna. Se promuoviamo l’olio italiano e contemporaneamente non interveniamo sul falso e sulla tracciabilità, non risolviamo niente».
La protesta di oggi, però, non è stata organizzata dalle associazioni.
«No, ed è importante dirlo. È una manifestazione veramente spontanea. Persone che hanno messo tutte le tessere in tasca si sono incontrate quasi casualmente giovedì e hanno deciso di partire. Erano esasperate dal prolungarsi delle trattative dopo la manifestazione di giugno. Hanno fatto tutto da sole. Noi siamo stati con loro perché era giusto esserci».
Adesso entrano in campo anche i sindaci.
«Il sindaco di Bitonto ha convocato gli altri amministratori e oggi (ieri, ndr.) ne erano presenti una quindicina, anche molto eterogenei. Hanno condiviso un documento che ricalca per il 90% le nostre rivendicazioni».
E ora che succede?
«Giovedì ci sarà l’incontro in Prefettura con i sindaci. Venerdì questo movimento deciderà se andare in piazza. Come coordinamento avevamo fissato per il 12 ottobre l’avvio della mobilitazione, ma potrebbe partire anche prima».
Dove?
«Stiamo decidendo se andare a Bari o scegliere altre forme di protesta. Io sono per andare a Roma con i mezzi, in corteo. Perché questa è ormai una questione nazionale».
