Dietro ogni prodotto agricolo che arriva sulle nostre tavole ci sono persone vittime di un sistema che nega giusta paga, abitazione, acqua, luce ma soprattutto dignità. L’eco dei fatti accaduti in Calabria ha riacceso i riflettori su un fenomeno, quello del caporalato, che vede la Puglia tra le regioni protagoniste in negativo.
Le più recenti indagini delle autorità e gli studi condotti da osservatori specializzati evidenziano un cambio di paradigma rispetto al passato: crescente è infatti l’integrazione operativa tra caporali stranieri e intermediari italiani, capaci di organizzare e gestire il reclutamento della manodopera attraverso sistemi sempre più sofisticati.
Se in passato il caporalato era spesso riconducibile a singole figure che operavano in maniera isolata, oggi emergono vere e proprie reti strutturate, caratterizzate da una forte capacità organizzativa e da collegamenti che attraversano comunità nazionali diverse.
In queste reti, soggetti appartenenti a differenti gruppi etnici collaborano con imprenditori senza scrupoli e con intermediari locali, creando meccanismi di reclutamento e sfruttamento particolarmente difficili da individuare e smantellare.
I primati pugliesi
Nella nostra regione, secondo i dati diffusi qualche giorno fa dalla Cgia di Mestre, il tasso di irregolarità del lavoro sommerso in genere si attesta al 13,1%, posizionando la regione al quarto posto in Italia per incidenza dell’economia illegale, subito dopo Calabria, Campania e Sicilia (il dato medio nazionale è del 10%). Il giro d’affari si aggira in totale intorno ai 77 miliardi di euro.Passando al settore agricolo, l’Ispettorato Nazionale del Lavoro ha effettuato nell’ultimo anno circa 43mila ispezioni, accertando oltre 7.200 lavoratori irregolari e 2.430 violazioni dell’art. 603-bis del codice penale, che punisce l’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro.
Le regioni con il maggior numero di ispezioni con esito irregolare sono state Puglia (21%), Sicilia (17%), Campania (13%) e Calabria (11%). L’analisi territoriale mostra che la Capitanata rimane l’epicentro nazionale del caporalato: secondo la Prefettura di Foggia (gli ultimi dati sono relativi al 2024) si stimano oltre diecimila braccianti irregolari nella sola provincia, distribuiti in veri e propri ghetti come Borgo Mezzanone, Rignano Garganico e Borgo Tre Titoli. Per fare un confronto utile, in Calabria, nella Piana di Gioia Tauro, si registrano annualmente poco più di 3.500 lavoratori.
I braccianti totali in Puglia sono 190.973, la maggior parte impegati nel Barese (52.976) e nel Foggiano (48.377). Ma questi numeri non tengono conto del sommerso, stimato dalla Flai-Cgil in almeno trentamila unità. Persone che lavorano senza contratti e con paghe che si aggirano sui 25-30 euro al giorno.
L’accoglienza
In questo quadro a tinte fosche la Regione Puglia ha messo in atto alcune misure per combattere il caporalato puntando sull’housing sociale. Attraverso l’avviso «Puglia Accogliente» (dotato di circa 40 milioni di euro), vengono finanziati i Comuni per riqualificare immobili pubblici o privati. L’obiettivo è creare alloggi dignitosi, superare i ghetti e garantire l’integrazione socio-abitativa dei lavoratori migranti regolari.
