Non è più una trattativa, ma una resa dei conti istituzionale. La bocciatura del Consiglio superiore della magistratura sull’ipotesi di collocamento fuori ruolo per Michele Emiliano segna uno stop definitivo a una soluzione che per settimane era stata costruita sull’asse Bari-Roma. E apre, inevitabilmente, una partita tutta politica.
La comunicazione ufficiale, firmata dal segretario generale del Csm Roberto Mucci, non lascia margini: la Terza Commissione ha proposto la reiezione dell’istanza avanzata dalla Regione Puglia, anche nella versione riformulata. Tradotto: non ci sono le condizioni di legge per consentire all’ex governatore di restare fuori dalla magistratura con un incarico istituzionale.
Non solo. La stessa nota avvia formalmente la procedura di rientro in ruolo: Emiliano ha dieci giorni di tempo per indicare una o più sedi dove tornare a svolgere le funzioni di magistrato, con un vincolo pesantissimo – l’esclusione dei distretti di Bari, Lecce, Taranto e Potenza. Un perimetro che di fatto lo costringe a lasciare la Puglia. È qui che la vicenda si trasforma da tecnica a politica. Perché il ritorno in toga, dopo oltre vent’anni di carriera politica, non è un semplice passaggio amministrativo. È un salto indietro complesso, carico di implicazioni anche sul piano giuridico.
La normativa prevede il rientro nelle funzioni originarie, cioè quelle requirenti, ma l’ipotesi che possa essere destinato anche a funzioni giudicanti apre ulteriori interrogativi. Lo stesso Emiliano, non a caso, in passato ha parlato apertamente di «obbrobrio giuridico».
In queste ore, tra amarezza e irritazione, si valutano le opzioni. Sul piano personale, l’ex governatore starebbe ragionando su sedi relativamente vicine alla Puglia – la Campania resta tra le ipotesi – per non allontanarsi dalla famiglia. Ma sul piano politico il quadro è molto più netto: le alternative reali sono ridotte al minimo. Ed è qui che emerge con forza quella che, ad oggi, appare l’unica vera via d’uscita. Non tecnica, ma politica. L’ingresso di Emiliano nella giunta regionale guidata da Antonio Decaro. Una soluzione che non nasce oggi. Dietro c’è un equilibrio costruito nei mesi scorsi e che, secondo fonti interne al Partito Democratico, sarebbe stato condiviso anche con la segretaria nazionale Elly Schlein.
Un accordo politico che avrebbe proprio l’obiettivo di evitare il ritorno in magistratura, considerato problematico sotto diversi profili, e al tempo stesso di valorizzare l’esperienza di Emiliano dentro un ruolo operativo. La nomina ad assessore consentirebbe di chiudere il corto circuito istituzionale apertosi con il Csm e di riportare la partita dentro un perimetro politico controllabile. Non solo. Rafforzerebbe anche gli equilibri interni alla maggioranza regionale, offrendo a Decaro una figura di peso con esperienza amministrativa e capacità di gestione delle crisi.
Certo, restano nodi da sciogliere. A partire dal profilo giuridico dell’operazione e dalle eventuali incompatibilità, fino alla tenuta politica di una scelta che potrebbe essere letta come una forzatura. Ma rispetto allo scenario di un rientro in toga, con tutte le incognite e le tensioni che comporta, questa appare una soluzione decisamente più lineare.
Il tempo, però, è il vero fattore decisivo. I dieci giorni fissati dal Csm scorrono rapidamente e impongono una scelta immediata. Non solo a Emiliano, ma all’intero gruppo dirigente del centrosinistra pugliese. Perché a questo punto la questione non è più solo personale o tecnica. È politica, fino in fondo. E la decisione che verrà presa nelle prossime ore dirà molto non solo sul futuro dell’ex governatore, ma sugli equilibri stessi del potere regionale.










